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Dai Longobardi alle Crociate verso la
nascita dei Comuni uno stuolo di devoti, attorno al simbolo
consacrato, è il nucleo della futura libertà |
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La religione
cèltica aveva le sue sedi nelle foreste, la romana nelle mura dei
municipj; e nei municipj le successe la cristiana; il vìncolo morale fra
le campagne e le città si conservò adunque ad onta dell'occupazione
barbàrica. Al risùrgere della civiltà tutti i pòpoli, i cui sacerdoti
erano ordinati a Milano, a Brescia, a Pavìa, divènnero i Milanesi, i
Bresciani, i Pavesi. Queste minute nazionalità cancellàrono ogni
vestigio delle più antiche divisioni; né più l'alpigiano si segregò
dalla pianura, come al tempo degli Orobj e dei Reti. Pavìa divenne capo
delle popolazioni che dal basso Ticino salìvano sino ai gioghi degli
Apennini; Milano, dalle campagne del Po sparse il suo rito ambrosiano
fino ai ghiacci del Gottardo; Como penetrò vastamente per le valli,
dalle fonti del Ròdano fino a quelle dell'Adige; e quivi si trovò in
confine con Brescia, ch'ebbe le valli dell'Ollio, del Clisio e del Mella.
Bèrgamo seguiva tutto il corso del Brembo e del Serio fin presso
Cremona; e i suoi confini s'intrecciàvano intorno a Crema con quelli di
Piacenza e di Lodi. I dialetti che prima esprimèvano la sola origine dei
pòpoli, si risentìrono di questi riparti municipali. Presiedeva alle
chiese delle città minori il vèscovo della maggiore; e perciò Milano
ebbe primato in tutta la Liguria e la Rezia, da Gènova fino a Còira, e
forse a Costanza; ma le successive calamità e poi le inimicizie
municipali rùppero quei vìncoli; e Como, per sottrarsi quanto poteva
alla prepotente vicina, preferì di sottostare al lontano patriarca d'Aquileja.
Perlochè queste nostre città, piuttosto che cadàveri, erano corpi
tramortiti. Tutte le preci, tutte le scritture èrano nella lingua che i
Romani avèvano dato all'Europa; il nostro vulgo colla sua proferenza
cèltica mutilava le voci latine; ma in quel dialetto poteva intèndersi
col vulgo vicino; e da plebe a plebe v'era in potenza una lingua commune
a tutte; le favelle della penìsola non èrano più così disparate come
l'etrusca, la latina, la greca. V'èrano case e chiese, e avanzi ed
esempli di strade, di ponti, di mura; la vite era salita fino alle Alpi;
l'olivo aveva posto nido sulle riviere; il castagno pareva già un àrbore
spontaneo dei nostri monti; l'irrigazione non poteva cadere in oblìo. Le
famiglie mercantili, e nelle città, e nei rifugi dei monti e delle
paludi, non perdèttero le loro tradizioni; e anche nel medio evo sèppero
trovare per la via delle Alpi le rive del Reno, continuarvi l'oscuro
loro tràffico, prestar l'ingegno e le braccia a edificarvi chiese e
castella, che a que' pòpoli pàrvero fatte per opera d'incanto.
L’ARRIVO DEI “BARBARI”
Molti dìssero che i Romani ammolliti dovèvano coll'innesto dei bàrbari
rifòndersi a nuova virilità. Ma quando vènnero i bàrbari, nessuno poteva
più dire d'esser Romano; ogni lusso era estinto, e la gente indurita al
disagio. E la forza militare d'un pòpolo non risiede nei mùscoli, ma nel
consenso, nelle tradizioni, nella disciplina; al che la presenza dei
bàrbari nulla giovava, essendochè la milizia rimaneva privilegio dei
pochi, e i molti non potèvano dunque agguerrirsi. E i Goti fuggiaschi
inanzi alla ferocia degli Unni, divènnero àrbitri dei nostri destini,
perchè la legge bizantina faceva privilegio di stranieri la milizia,
onde non si sapeva più come un uomo potesse divenire un soldato. I Goti,
padroni dell'Italia e delle cento sue fortezze, non sèppero conservarla,
e in sessant'anni il loro nome era estinto; in Gallia soggiàcquero ai
Franchi; in Ispagna fugìrono inanzi agli Arabi, e perdèttero ogni cosa
in un giorno. – I Longobardi entràrono chiamati: e tuttavìa non èbbero
mai forza d'occupar le marine, e di superare le nascenti difese di
Venezia e le mura inermi di Roma; e il loro dominio che cominciò col
cranio di Cunimundo, ebbe fine con una mìsera scena di viltà.
Oltralpe i duchi prèsero nome dai pòpoli o dalle vaste terre; ma i
capitani longobardi s'intitolàrono dalle città; duchi di Spoleto, di
Verona, di Brescia; il che fa crèdere che vivèssero entro le mura
urbane; soggiorno che doveva ammansare il costume, e contribuiva, come
le sedi episcopali, a conservare importanza ai municipj. E questi sulle
nostre pianure èrano così vicini che appena v'era alcun luogo, che a
distanza di quìndici miglia non avesse una città; e perciò gli òrdini
feudali non si radicàrono così assoluti, come là dove le popolazioni
rimanèvano senza moderatori o testimonj della loro oppressione.
Dopo Carlomagno, le famiglie longobarde fùrono guardate con sospetto; e
il predominio passò nel sacerdozio, che, oltre al potere dell'opinione,
acquistò quello d'una possidenza, di cui nessuna legge limitava
l'incremento. I conti e i capitani dei Carolingi, o con voci moderne, i
delegati provinciali e i commissarj distrettuali, dopo l'editto di
Kiersy divènnero ereditarj; e verso il novecento, l'abuso vincolava alle
famiglie anche i beneficj ecclesiastici, sotto colore di patronato. In
mezzo a questi due òrdini di nuovi proprietarj, le discendenze
longobarde smarrìvano il nome e i possessi; e dopo il secolo XI è raro
vedere nei documenti chi dichiari di vìvere con quella legge. Nelle
diete che si celebràrono sotto i Carolingi, la maggioranza era dei conti
e dei vèscovi, e presiedeva il vèscovo di Milano.
L'imperio romano si era sciolto per la cessazione dei tributi e
l'occupazione delle terre fatta dalle milizie federate. L'imperio
carolino non si stabilì veramente mai, perchè non potè instituire
stàbili finanze. Cominciò con un'invasione per sè transitoria, che
distrusse un regno senza fondarne un altro; ma la Chiesa adottò e
perpetuò gli effetti dell'invasione, valèndosi dell'imperatore eletto e
coronato, come d'un capo della sua milizia; onde fu quello veramente,
come sonava il suo nome, un Imperio Sacro. I suoi luogotenenti, quando
non èrano prìncipi potenti per forza propria, èbbero nelle diete e nelle
città quel solo potere che i prelati consentìvano, e ch'era pur
necessario per conciliare al clero l'ossequio della moltitùdine feudale.
L'irruzione degli Ungari fu la prima occasione di risurgimento. Ogni
abitato si cinse di mura, ogni casato alzò una torre; l'Europa divenne
una selva di fortezze. Il vèscovo Ansperto ristaurò le mura di Milano
alla fine del secolo IX; pochi anni dopo, il vèscovo Ariberto devastava
il territorio di Lodi. Quando i suoi cavalieri feudali gli negàrono
obedienza, egli armò la plebe cittadina, e combattè a Campo Malo la
prima battaglia popolare. – Corrado il Sàlico, geloso di quelle insòlite
armi, lo imprigiona; ma egli fugge, gli chiude in faccia le porte della
città; sostiene un primo assedio; chiama dalla vasta sua provincia tutti
gli uòmini atti alle armi; e per dare a quella che fu la prima di tutte
le moderne fanterie un principio d'òrdine e di stabilità, pianta un
altare sopra un carro, e uno stendardo sopra l'altare. Quello stuolo di
divoti, che colla picca in mano si stringe intorno al carroccio
consacrato, è il primo rudimento della moderna società.
IL FEUDALESIMO
Un barone, ucciso un plebèo, si offerse a pagar la multa dell'omicidio,
giusta il prezzo che il sangue dell'ucciso aveva nella tariffa della
giustizia feudale. Ma il pòpolo fremendo si armò, e uccise tutti i
signori che incontrò per via; trovò un capo in Lanzone, che lo condusse
a diroccare le torri delle case feudali, fra gli orti dell'ampia città.
– Ariberto, meravigliato e dolente che l'uso delle armi avesse tanto
inalzati gli spìriti della plebe, le tenne fronte; i suoi capitani
armàrono contro la città tutti i servi del contado; e così, senza
avvedersi, preparàrono quelli pure ad armìgera e lìbera condizione.
Inesperti degli assedj, nella barbàrica loro inettezza fècero un ridutto
di legnami di fronte ad ogni porta della città, stàndovi a campo tre
anni, e aspettando che la penuria domasse i sediziosi; ma Lanzone corse
in Germania a invocare presso l'imperatore il soccorso delle leggi; onde
già si palesava quella verità così perpetua nelle istorie, che gli
interessi naturali del principato e dei pòpoli sono in concorde
opposizione alla licenza feudale. – Irritato il pòpolo dall'ostilità non
paterna d'Ariberto, passò di ragionamento in ragionamento; volle che le
famiglie prelatizie, le quali nel loro seno eleggèvano il vèscovo,
rendèssero conto dei beni sacri che possedèvano per eredità e simonìa;
chiamò concubine le mogli dei beneficiati; li strappò dagli altari; li
espulse dalla città; l'omicidio e l'incendio si spàrsero di villa in
villa; Arialdo Alciato e i fratelli Cotta versàrono il sangue in nome
della chiesa; Ildebrando gli ànimava da Roma al combattimento. – La
contessa Matilde, la doviziosa erede dei Longobardi di Toscana, divenne
ardente nemica dell'ordine feudale; le sue vaste donazioni ai
Benedettini nella valle del Po divènnero asilo di schiavi fuggiaschi,
che ristaurati gli avanzi degli àrgini etruschi e romani, le mutàrono in
ubertose possessioni. Così dissipato il patrimonio feudale, cresciute di
popolazione e di ricchezza, e redente dai patrizj le terre della chiesa,
cominciò quella gran mutazione dei servi in lìberi contadini, che per
otto sècoli si estese in Europa. – La prima onda di questa corrente si
mosse dalla nostra patria, poco dopo il mille.
ULTREJA!
In quel sècolo le città d'Italia tòrnano ad èssere stanza di pòpolo
armato. L'uso delle armi ravviva il senso dell'onore, soffocato
dall'oppressione bizantina e longobarda; l'onore gènera tutte le virtù;
gli uòmini sèntono di poter còmpiere un pensiero; e hanno l'audacia di
concepirlo; le menti aspìrano a tutto ciò ch'è bello e grande. Già
Venezia colle ricchezze del suo commercio fonda San Marco; il milanese
Anselmo Baggio, vèscovo di Lucca e poi pontèfice, edìfica in dieci anni
quel duomo. Pisa più gloriosamente fonda il suo, colle spoglie degli
Arabi che ha cacciati da Palermo. Tutto ciò avvenne una generazione
prima delle Crociate, le quali non fùrono dunque la càusa del
risurgimento europèo, come la turba dei ripetitori va tuttora scrivendo,
ma ben piuttosto uno dei più pronti effetti, e il primo esercizio d'una
forza che si espande. – Il principio vero del risurgimento fu nel
legìtimo possesso della milizia popolare.
Nel 1095 Urbano II adunò sui nostri confini il concilio di Piacenza, e
al cospetto di duecento vèscovi e di quattromila sacerdoti fece giurare
la crociata a trentamila guerrieri. La canzone del passaggio, il grido
d'ultreja, risonò per le nostre città. – L'anno seguente egli raccolse
in Arvernia il concilio di Clermonte. Già in quella prima crociata
(1096) si vìdero le famiglie milanesi dei Selvàtici e dei Ro, e quella
dei Rocj d'antico nome ricordato nelle làpidi romane; Ottone Visconti
conquistò allora in Oriente lo scudo della serpe, che divenne la
gloriosa insegna dello Stato.
Nel 1106 Milano si elesse con nome antico due cònsoli, e prese forma di
stato con un Consiglio maggiore e un Consiglio secreto o Credenza. I
primi cònsoli dello Stato fùrono dell'ordine dei capitani, che aveva in
eredità le antiche magistrature caroline, epperò grandi fèudi e numerose
contadinanze. Avvenne dunque che anco i minori gentiluòmini, o
valvassori, a propria difesa rendèssero stàbile la loro adunanza feudale
o Motta (Gemote, Meeting), e la trasformàssero in un magistrato di
cònsoli. E parimenti i mercanti e gli altri cittadini non compresi
nell'orditura feudale, èbbero un consiglio delle parochie urbane, che si
chiamò Credenza di Sant'Ambrogio. Questa giurisdizione consolare,
proteggendo abbastanza gli industrianti, rese inùtili le corporazioni e
le maestranze; e con ciò mantenne il foco sacro della lìbera
concorrenza. Si svolse così il nuovo diritto commerciale; e per
l'universalità delle sue forme e la irresistìbile rapidità della sua
procedura, si divise affatto e dal diritto feudale e dal canònico e dal
romano, il quale non poteva districarsi dalla lentezza delle ambagi
forensi. I mercanti lombardi, stabiliti oltremonte, tràssero seco i
cònsoli di città in città, e propagàrono il nuovo diritto per tutta
l'Europa. – Le tre credenze consolari presiedèvano a tre consigli, l'uno
di quattrocento, l'altro di trecento, l'altro di cento; e l'adunanza
generale si chiamò degli ottocento. Ma èrano sempre tre pòpoli con
diverso principio di vita, di leggi e di governo; l'uno rappresentava la
potenza territoriale, l'altro la forza militare, il terzo la mercantile;
e a parte rimaneva ancora il diritto canònico con tutte le giurisdizioni
ed immunità ecclesiàstiche. E non essèndovi un prìncipe, in cui
potèssero far capo i tre poteri civili, si cercò al di fuori un giùdice
supremo, che fosse patrizio d'un'altra repùblica; e lo si chiamò
podestà, perchè appunto rappresentava la mano regia, e colla forza di
tutti sanciva la commune volontà.
Cominciò un'era d'esaltazione bellicosa. In un castello del Lago Ceresio
alcuni Comensi avèano ucciso due fratelli Càrcano di Milano; le vèdove e
i congiunti vèngono sulla piazza del Duomo, mostrano al pòpolo le vesti
sanguinose degli uccisi, implorando vendetta. Il vèscovo Giordano esce
dal tempio, e pronuncia l'interdizione dei sacri riti, finchè il pòpolo
non abbia lavato quel sangue nel sangue degli uccisori. La moltitùdine
armata assale Como; gli abitanti, abbandonando a quel subitaneo furore
la città, si rifùgiano sulla rupe del Baradello; poi, vedendo le fiamme
accese dalla vendetta, si pèntono della loro debolezza; discèndono
impetuosi; còlgono i nemici fra la confusione della vittoria, e li
dispèrdono. Al ritorno, gli umiliati guerrieri giùrano sull'altare di
non deporre le armi, se prima Como non è distrutta. Como arma tutti i
suoi montanari, dai confini del Vallese a quei del Tirolo; i Milanesi
tràggono seco una lega di dòdici città; navi armate combàttono sui
laghi; artèfici genovesi fanno castelli da guerra, e altre màchine della
romana milizia, obliate nell'abbrutimento dell'era gòtica. I Comensi,
ridutti all'estremo, sàlvano su le navi le mogli e i figli, si chiùdono
nel castello di Vico; e infine, dopo dieci anni di guerra, cèdono vinti,
e inàlzano intorno all'atterrata patria le capanne dell'esilio. – Si
direbbe che queste città inferocite còrrano alla loro distruzione;
eppure, fra quelle battaglie il pòpolo cresce; fra quelle depredazioni
si svolge un'insòlita prosperità; e dai sècoli precedenti a quel sècolo
v'è un trapasso come dalla putrèdine del sepolcro al fermento della
vita.
Carlo Cattaneo |
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