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                                   LA BATTAGLIA DI LEPANTO

 

                                                              

Ecco l'inizio della battaglia di Lepanto attraverso il racconto di un marinaio della nave cristiana "San Teodoro", narrato da Gianni Granzotto nel libro: "La battaglia di Lepanto":

"...L'armata cristiana stava ferma sulla sua linea. Il solo movimento ordinato da don Giovanni riguardò le galeazze, che si andarono a schierare un miglio davanti a noi, come isole avanzate. Le galeazze erano sei, e dovevano mettersi a due per due all'innanzi di ciascuno dei nostri corpi, due per l'ala di Barbarigo, due per il centro di don Giovanni, due per l'ala del Doria. Se non che costui, comandato dall'argarsi verso il pieno del golfo, girò fin troppo il bordo allontanandosi al largo più di quanto si credeva opportuno. Per quella mossa si aprì una specie di varco sulla parte destra del nostro schieramento e le due galeazze che dovevano andare a proteggere il corno dei genovesi si trovarono un po' sperdute nel mezzo del mare.

Ma le altre furono pronte a scatenare tutto l'inferno dei cannoni di cui erano strapiene, immobili in mezzo al mare sotto quel peso come enormi tartarughe galleggianti. Sui turchi che avanzavano a tutta voga, senza più vele ai trinchetti per la caduta del vento, piovvero i colpi ed il fuoco in una terribile tempesta d'improvviso infuriante sul mare tranquillo. Davanti al nostro corpo di navi sparavano le galeazze di Francesco Duodo e di Andrea da Pesaro. Vidi le palle lanciate dal Duodo sfracassare il fanale più grande della Reale dei Turchi, che per altezza dominava il gruppo dei legni nemici avventati all'assalto. Un secondo colpo frantumò la spalla d'una galera vicina, un terzo mandò in pezzi il fasciame di un'altra, che si mise ad imbarcare acqua a fiotti sprofondando nel mare come in una sabbia. Uomini con i turbanti in capo si buttarono a nuoto dagli spalti divelti, tra remi spezzati, frammenti di chiglia, tronconi d'alberi dimezzati che cadevano da altre galere colpite travolgendo soldati e rematori, mentre il fuoco prendeva a divampare su questo e quel bordo illuminando le acque di inverosimili bagliori

La battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 rimane un esempio sempre valido, anche per i nostri giorni, di solidarietà internazionale e cristiana di fronte al comune pericolo, all’epoca rappresentato dalla minaccia turca. Per meglio comprendere gli avvenimenti di quei giorni ed il perché di quell’epica battaglia a difesa della cristianità, dobbiamo fare un passo indietro e vedere come si presentava la situazione geopolitica dell’Europa.
Intorno alla metà del XVI secolo la situazione della cristianità era delle più difficili. Infatti il secolo si era sì aperto all’insegna delle promettenti conquiste di nuove terre in Africa, Asia e America, tuttavia già dal secondo decennio l’incendio acceso da Martin Lutero era divampato in tutta Europa.
Mentre Carlo V tentava, con una serie continue di guerre, di salvare l’unità dell’Impero, la Chiesa avviava, col grande Concilio di Trento, uno sforzo di rinnovamento e di riaffermazione solenne delle verità dogmatiche minacciate dall’espansione protestante.
La Francia, tormentata da decenni di sanguinose guerre di religione, non esitava ad appoggiarsi, nella sua politica anti-asburgica, a Principati protestanti, e giungeva a vedere con sollievo la forza minacciosa dei turchi nel Mediterraneo.
Oltre al pericolo turco si aggiungevano i divergenti interessi degli altri Stati cristiani, la Spagna si preoccupava in particolare della presenza musulmana nel bacino occidentale del Mediterraneo, cercando di combatterla nelle sua basi nordafricane, Venezia era preoccupata soprattutto delle minacce e degli attacchi che i sultani e le loro forze portavano alle posizioni che essa conservava nello Ionio e nell’Egeo.
Facendo un passo indietro, Venezia concluse nel 1540, coi turchi, una pace che inaugurava una politica di raccoglimento e di neutralità, cercando di mantenere buone relazioni con i turchi, e pur di mantenere questo stato di cose, cercava di dirimere tutte le cause di dissenso e tutte le questioni che sorgevano con i turchi per via delle loro piraterie e sopraffazioni, con dei donativi, con aumento dei tributi, con il pagamento di indennità. Questo modus vivendi le giovò finchè durò sul trono Solimano detto “il magnifico”, il quale occupato nelle guerre d’Ungheria, mostrò di accontentarsi di queste sistemazioni e lasciò impuniti certi atti di audacia da essa compiuti per estrema necessità contro i corsari.
Ma la situazione cambiò quando, morto nel 1566 Solimano “il magnifico”, gli successe il figlio Selim II, il quale, fatta pace all’inizio del 1568 con l’Imperatore Massimiliano II, aveva l’occasione di rivolgere il pensiero ad altre imprese.
Già prima della gloriosa Battaglia di Lepanto, i turchi conobbero la sconfitta, piccola nelle proporzioni ma significativa circa la fine del mito dell’invincibilità delle armate turche e l’avvio di un’azione cristiana di controffensiva, il riferimento è all’assedio dell’isola di Malta nel 1565.
L’attacco a Malta, con tutte le forze turche disponibili, fu deciso in persona da Solimano “il magnifico” per vendicare i danni patiti per opera dei Cavalieri di Malta, ciò non prima d’essersi garantito la neutralità della Francia e di Venezia.
Il 18 maggio 1865 l’immensa flotta turca si presentò all’isola, che si trovava del tutto impreparata sia come viveri, sia come armamenti, sia come perfezionamento delle opere difensive già esistenti.
La resistenza dei Cavalieri di Malta fu eroica, talora ai limiti dell’incredibile, tanto che lo storico Fernand Braudel scrive “Ma il gran maestro, Jean Parisot de la Vallette, e i suoi cavalieri si difesero meravigliosamente. Il loro coraggio salvò tutto”.
Quasi tutta l’isola fu occupata, tranne alcune fortificazioni che resistettero ad oltranza a bombardamenti e continui assalti, e Malta ebbe così il necessario respiro, poterono arrivare i primi rinforzi dal Viceré di Napoli, don Garcia de Toledo, che costrinsero i turchi a rinunciare all’impresa abbandonando l’isola il 12 settembre.
Una vittoria delle armi cristiane piena, decisiva e dolorosa per perdite umane e sacrifici sopportati, ma uno smacco significativo circa la forza delle armi turche.
Prima di Lepanto un altro episodio significativo è quello legato all'isola di Cipro, all’epoca sotto il dominio di Venezia, quest’ultima già fin dalla fine del 1566 era informata del fatto che il nuovo sultano Selim II voleva muovere contro Cipro, e nel marzo del 1570 arrivò al senato veneziano la richiesta del sultano affinché gli fosse ceduta l’isola, Venezia rispose con un rifiuto e s’avviò a difendere l’isola con artiglierie e milizie, oltre a richiedere l’aiuto al Pontefice Pio V e agli altri Stati cristiani.
Venezia ottenne gli aiuti richiesti: la Spagna promise sessanta navi comandate da Gian Andrea Doria, Genova una galea, il Papa dodici galee, tre Malta, tre il duca di Savoia, i Medici e gli Estensi promisero truppe da sbarco. Purtroppo, queste forze se impiegate a tempo ed insieme, avrebbero potuto tenere testa ai turchi, ma si mossero lentamente, senza un piano prestabilito, senza un comando unico e non riuscirono di alcun giovamento all’isola.
E mentre le navi perdevano del tempo preziosissimo in attesa di istruzioni e mancanza di coordinamento, i turchi iniziarono le ostilità; nel giugno 1570 usciva dai Dardanelli un’armata ottomana di trecentocinquanta navi con centomila uomini e faceva vela verso il porto di Saline a Cipro. Le truppe ottomane occuparono Lefcara, assediarono Nicosia espugnandola il 9 settembre 1570, dove vennero trucidati quarantamila abitanti e numerosissime donne destinate all’harem del vincitore vennero ammassate in una nave.
La conseguenza di questo saccheggio fu la resa di altre terre al nemico, come Pafo, Amatunta, Larnaca, Cerinie; a questo punto il comandante Mustafà rivolse il suo poderoso esercito contro Famagosta.
E mentre il Pontefice Papa Pio V, per mezzo del suo ambasciatore, Cardinale Michele Monelli, cercava di istituire la Lega Santa, Famagosta si trovava stretta d’assedio, il presidio della fortezza ammontava a circa settemila uomini, dei quali circa due terzi erano veramente adatti alle armi, e questa esigua schiera doveva difendere una cinta di fortificazioni che misurava più di due miglia e tener fronte a un esercito nemico forte di quasi centomila uomini combattenti, ben fornito di artiglierie e macchine d’assedio.
L’inverno trascorse per i turchi nei lavori d'approccio, costruirono attorno alla città ben dieci trincee e piazzarono oltre cento pezzi di grossa artiglieria e con l’aprile 1571 cominciarono il vero e proprio assedio.
Nella fortezza combatterono uomini, donne, soldati e sacerdoti, ma tale resistenza non poteva durare, dopo cinque terribili assalti coraggiosamente respinti, con il presidio ridotto ormai a soli ottocento uomini, esaurite le polveri e le vettovaglie, sgretolate in più punti irreparabilmente le mura e perduta ogni speranza di soccorsi, il 7 agosto 1571, dopo cinque mesi di lotta furibonda ed incessante, Marcantonio Bragadino, comandante della città, cedette alle suppliche dei cittadini e mandò a Mustafà la proposta di resa, che venne accettata, convenendo che i difensori della città avrebbero potuto con armi e bagagli uscire onorevolmente dalla città incolumi ed essere trasportati su navi ottomane fino a Candia.
Gli infelici superstiti erano appena saliti a bordo, allorquando Mustafà con inconsistenti pretesti e accuse ignobili a cui sdegnoso ribattè Bragadino, fece ammazzare una quarantina di soldati che formavano la scorta, accanendosi in modo barbaro contro i capi della stessa.
Dei soldati imbarcati, una parte furono uccisi e l’altra catturati per farne schiavi; poi dalle navi il furore dalla soldatesca turca si riversò sugli sciagurati cittadini compiendo un selvaggio sterminio.
Più crudele fu la sorte che attese Bragadino, contro il quale doveva sfogarsi nella maniera più brutale ed atroce tutta l’ira e la sete di vendetta di Mustafà per la gloriosa resistenza all’esercito turco. Mozzatigli il naso e gli orecchi, fu costretto ad assistere al supplizio dei suoi compagni, poi per undici giorni lo trascinarono alla gogna per le strade di Famagosta e il dodicesimo, legato ad una lunga pertica sulla nave fu sbeffeggiato tra i lazzi e gli insulti dei soldati, infine, lo scorticarono vivo. Finito il supplizio con la morte, si infierì contro il cadavere: la sua pelle, impagliata e ricucita, fu appesa come un fantoccio all’albero della nave ammiraglia ed infine trasportata a Costantinopoli fu deposta all’arsenale come trofeo.
L’eroica resistenza di Famagosta rappresenta una delle pagine più gloriose della storia di Venezia, ed anche i difensori di Famagosta, prima ancora della battaglia di Lepanto, venivano a sfatare il mito dell’invincibilità dei turchi.
Fra i fattori che resero possibile la giornata di Lepanto, decisiva fu senz’altro l’azione di Papa Pio V, salito al pontificato nel 1566 (proclamato poi Santo il 22 maggio 1712 da Papa Clemente XI). La Sua elezione fu dovuta in gran parte alla influenza in conclave di Carlo Borromeo, e segnò la definitiva affermazione, in seno alla Chiesa Cattolica, di quelle forze che perseguivano lucidamente ed energicamente una strategia di contro-riforma basata sul rinnovo della Chiesa stessa, di difesa della cristianità sia sul piano esterno che sul piano interno, dal livello politico a quello culturale.
Pio V si adoperò in ogni modo per appianare i contrasti tra le potenze cristiane del Mediterraneo e spingerle a uno sforzo comune, e colse l’occasione dell’attacco a Cipro per superare la politica dei piccoli ed occasionali aiuti, perseguendo la costituzione di una vera e propria Lega Santa. Le trattative furono lente, bisognava superare interessi divergenti, ma il 20 maggio 1571 fu firmata la Santa Lega, vi aderirono: il Regno di Spagna, la Repubblica di Venezia, lo Stato Pontificio, le Repubbliche di Genova e Lucca, i Cavalieri di Malta, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, gli Estensi di Ferrrara, i Della Rovere di Urbino, il duca di Savoia, il Granduca di Toscana.
La Santa Lega ebbe anche rapida attuazione, nonostante le obbiettive difficoltà di radunare e concentrare una forza ingente, come previsto dall’accordo e come necessario per la situazione, costruendo e armando navi, arruolando marinai e soldati, provvedendo ai rifornimenti.
Cinque giorni dopo la presa di Famagosta da parte dei turchi, a Messina, dove aspettavano la flotta veneziana e quella pontificia, giungeva a capo delle galee della Murcia e della Catalogna, don Giovanni d’Austria seguito da Alessandro Farnese, da Francesco Maria della Rovere, dal marchese di Carrara, da Ottavio e Sigismondo Gonzaga, da don Francesco di Savoia, e da parecchi valenti capitani, quali Ascanio della Cornia, Andrea Provana conte di Leini, Pirro Malvezzi, Gil d’Andrate, i Doria, i Grimaldi, gli Imperiali, gli Spinola, e don Alvaro di Bazan marchese di Santa Cruz.
L’inviato personale di Filippo II, Requesens, e Gian Andrea Doria, consigliavano di limitarsi ad un atteggiamento difensivo, ma don Giovanni d’Austria prestò ascolto solo ai capi veneziani e a quei capitani spagnoli della sua cerchia che insistevano per l’azione.
In effetti, fu la sua energia, sostenuta dal fascino della sua personalità e della naturale attitudine al comando, a soffocare sul nascere riaffioranti contrasti tra capitani e tra equipaggi; fu la sua volontà a perseguire lo scontro, andando a cercare l’armata nemica.
Il 16 settembre, dopo lunghe discussioni sulla via da prendere, la flotta cristiana lasciò le acque di Messina e, raccolti nuovi soldati sulle coste calabresi, il 27 dello stesso mese giunse a Corfù dove apprendeva la dolorosa notizia della caduta di Famagosta e dello scempio fatto dei suoi difensori. Da Corfù l’armata veleggiò verso il golfo di Gomenizza e il 4 ottobre andò ad ancorarsi nel porto di Fiscardo, da dove ripartì il 6 ottobre diretta a Lepanto, dov’era la flotta turca comandata da Alì.
La flotta cristiana era composta da duecentonove galee, milleottocentocinque cannoni, ventottomila soldati, quarantatremilacinquecento rematori; mentre la flotta ottomana era composta da duecentoventidue galee, sessanta galeotte, settecentocinquanta cannoni, trentaquattromila soldati, tredicimila marinai, quarantamila rematori.
La mattina del 7 ottobre 1571 la flotta cristiana giunse in vista delle Curzolari, isolette presso l’imboccatura del golfo di Corinto, e subito l’armata ottomana uscì e si schierò in ordine di battaglia di fronte al nemico.
La superiorità numerica, gli ordini ricevuti dal sultano e il suo temperamento personale indussero il comandante in capo della flotta turca, Alì, a non sottrarsi al combattimento pur se nell’ambito dei comandanti turchi non poche voci si erano espresse in senso contrario.
Con un rumore assordante i turchi iniziarono l’avvicinamento suonando timpani, tamburi e flauti, il vento era a loro favore, mentre la flotta cristiana era nel silenzio più assoluto.
Quando le flotte giunsero a tiro di cannone i cristiani ammainarono tutte le loro bandiere e Giovanni d’Austria innalzò lo stendardo con l’immagine del Redentore crocifisso, una croce venne levata su ogni galea e i combattenti ricevettero l’assoluzione secondo l’indulgenza concessa da Pio V per la crociata.
Il comandante Mehemet Alì Pascià era a bordo della Sultana, su cui sventolava il vessillo verde sul quale era stato scritto 28.900 volte a caratteri d’oro il nome di Allah.
Il vento improvvisamente cambiò direzione, le vele dei turchi si afflosciarono e quelle dei cristiani si gonfiarono.
Lo schieramento dell’armata cristiana era a forma di croce con una lunghezza di circa tre miglia e non più di centocinquanta metri separavano le gelee al fine di avere uno schieramento serrato; il centro formato da sessantuno galee, quasi al suo fianco quella Reale di Spagna guidata da don Giovanni d’Austria, la Capitana pontificia comandata da Marcantonio Colonna, la Capitana di Savoia al comando di Provana, la Capitana di Venezia con Sebastiano Venier e la Capitana di Genova con Ettore Spinola ed Alessandro Farnese.
All’ala destra stava una squadra di cinquantatrè galee capitanata da Gian Andrea Doria, alla sinistra altrettanti navi veneziane sotto il comando di Agostino Barbarico, mentre di riserva erano treantacinque navi comandate dal marchese di Santa Cruz don Alvaro de Bazan, e di avanguardia a un miglio e mezzo circa dalla linea frontale, stavano sei galeazze al comando di Francesco Duodo.
Lo schieramento turco disposto a forma di mezzaluna dal comandante Alì Pascià, vedeva al centro lui stesso con l’ammiraglia Sultana, affiancata da novantaquattro galee, all’ala destra Mehemet Shoraq con cinquanta galee, all’ala sinistra Ulugh Alì con sessantacinque galee; in retroguardia la riserva formata da dieci galee e sessanta piccole navi al comando di Amurat Dragut.
La battaglia fu ingaggiata verso mezzogiorno, le prime ad entrare in combattimento furono le sei galeazze di Francesco Duodo, le quali, vedendo la flotta ottomana avanzare a semicerchio con lo scopo evidente di avvolgere quella cristiana, aprirono un fuoco violentissimo e ruppero l’ordine serrato dello schieramento nemico: la battaglia infuriò su tutti i punti del fronte e prese l’aspetto di una mischia apocalittica.
Al centro l’ammiraglia turca Sultana si lanciò contro la Reale di Spagna, appoggiate dalle rispettive navi, lo scontro durò a lungo e con un accanimento straordinario, fin quando il comandante turco Alì fu ferito mortalmente dal colpo di un archibugio, e la sua nave con la sua ciurma nel panico venne fatta prigioniera.
All’ala sinistra in un primo momento i cristiani furono quasi sopraffatti, anche perché Agostino Barbarico riportò una gravissima ferita, fu colpito da una freccia ad un occhio, che il giorno successivo gli procurerà la morte. Il comando fu ceduto nelle mani di Federico Nani, e quando la situazione volgeva ormai al peggio, improvvisamente i rematori cristiani si sollevarono dai banchi di schiavitù delle navi turche e con le catene si gettarono sulle scimitarre dei loro aguzzini; questo episodio unito all’impetuoso assalto dato alla nave del capitano Shoraq cambiò le sorti della battaglia in quello schieramento, Shoraq cadde sotto i colpi di Giovanni Contarini, il suo legno fu colato a picco e la sua squadra completamente sbaragliata.
Diversamente procedettero le cose all’ala destra, visto che Gian Andrea Doria aveva poca voglia di sferrare battaglia, forse per obbedienza agli ordini di Filippo II che avrebbe voluto che la flotta anziché contro i turchi andasse contro Tunisi, ed a sua volta Ulugh Alì cercò di evitare il combattimento mosso dalle medesime ragioni ed anche perché voleva che le sue forze rimanessero intatte per difendere le coste del suo regno d’Algeri che potevano essere assalite dagli Spagnoli.
L’uno e l’altro pertanto dopo una serie di abili evoluzioni presero il largo, Ulugh Alì manovrò per aggirare l’ala destra dello schieramento, Doria spostò le sue galee verso destra per fermarlo, ma lasciò aperto un varco tra il centro e l’ala destra, e nonostante Giovanni d’Austria ordinò a Doria di ricompattare lo schieramento, Ulugh Alì fu veloce ad infilarsi nel varco apertosi con le sue galee. Col vento in poppa aggredì da dietro la “Capitania”, nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta, comandata da Pietro Giustiniani, la nave cristiana circondata da sette galee turche fu conquistata, imprigionato il comandante e catturato il vessillo dei Cavalieri di Malta.
Il capitano Ojeda, al comando della galea “Guzmana” raggiunse la “Capitana”, l’abbordò e la riconquistò, Ulugh Alì, temendo di essere accerchiato per l’arrivo di altre galee cristiane, abbandonò il combattimento e le galee che aveva catturate, e se ne fuggì in direzione Costantinopoli.
È quasi il tramonto quando si giunge alla fine dei combattimenti, dopo più di cinque ore di battaglia e con quel tratto di mare completamente ricoperto di rottami di navi, cadaveri e feriti che invocano aiuto con grida strazianti.
I cristiani avevano vinto sui turchi, la cristianità era salva!
Con la sola ombra del contegno iniziale del Doria, la vittoria cristiana fu completa: centodiciassette galee ottomane e circa venti galeotte furono catturate, cinquantasette colate a picco, durante la battaglia, altre cinquanta che si erano fracassate contro gli scogli furono prima saccheggiate e poi incendiate, quarantamila turchi tra soldati e marinai furono uccisi, ottomila fatti prigionieri e circa diecimila schiavi cristiani furono liberati.
Ma la vittoria fu pagata a caro prezzo dai cristiani: settemilacinquecento morti, quindici galee perdute, settemilacentoottantaquattro feriti, fra cui ricordiamo il celebre scrittore spagnolo Cervantes, autore del “Don Chisciotte”.
L’annuncio della sconfitta produsse a Costantinopoli grandissima costernazione e si dice che il sultano Selim II fosse rimasto per ben tre giorni senza prender cibo.
Papa Pio V quando ricevette dal nunzio veneziano la notizia della vittoria, proruppe in lacrime e ripetè le parole della Scrittura: «Fuit homo missus a Deo cui nomen erat Johannes».
Certamente la vittoria era stata ottenuta grazie alla bravura, alle capacità, all’audacia , al valore di comandanti, capitani, gentiluomini e soldati, ma ancor più, secondo una bella espressione del senato veneto: «Non virus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii victores nos fecit», «non il valore, non le armi, non i condottieri ma la Madonna del Rosario ci ha fatto vincitori», infatti la vittoria di Lepanto era avvenuta nel giorno in cui le confraternite del Rosario facevano tradizionalmente particolari devozioni.
A seguito della vittoria, Papa Pio V stabilì che il 7 ottobre fosse un giorno festivo consacrato a S. Maria delle Vittorie sull’Islam, successivamente Papa Gregorio XIII trasferì la festa alla prima domenica del mese di ottobre con il nome di Madonna del Rosario.
Oggi siamo qui a chiederci se la storia si ripete, ce lo chiediamo dall’11 settembre del 2001, e più confusi di quattro anni fa, dopo Madrid, Beslan e Londra, non sappiamo darci una linea di condotta retta e virtuosa, forse perché se la storia si sta ripetendo purtroppo, ad eccezione di Papa Benedetto XVI, mancano le virtù dei sopraccitati uomini protagonisti dell’epoca: non abbiamo epigoni di don Giovanni d’Austria, non abbiamo epigoni dei gentiluomini del senato veneziano, non abbiamo epigoni dei gentiluomini spagnoli e dei vari ducati presenti nella penisola italiana per poter ottenere gli stessi risultati contro l’avanzata islamica. Cosa poter dire, oggi abbiamo vari capi di governi europei (Schröder, Chirac, Zapatero) e una miriade di parassiti perditempo come cantanti, attori, presentatori tv, politici, sindacalisti, attivisti no-global, etc., che ci parlano di islam moderato, di virtù del meticciato, della bontà del multiculturalismo, e noi giù a bere come nettare queste panzane!
Oggi come allora, solo una “chiamata” della Chiesa (all’epoca di tipo militare, oggi di tipo socio-culturale) potrà portare la civiltà cristiana a difendersi dall'invasione musulmana, speriamo che questa arrivi il prima possibile.