|
| |
Il Generale
Garibaldi che molti definiscono l'eroe dei due mondi, era anche altro....
Giuseppe Garibaldi
nacque a Nizza il 4 luglio 1807 e morì a Caprera il 2 giugno del 1882. Il
personaggio, esaltato come eroe dalla storiografia dell’attuale regime, era in
realtà di ben diversa levatura. Per poter far comprendere chi era veramente
Garibaldi ho ritenuto di raccontare gli episodi della sua vita più
significativi, quelli cioè a cui viene data più importanza dai suoi agiografi,
solo nei fatti essenziali, senza cioè dedurne alcun commento, lasciando così ai
lettori di farsene di suoi. Attorno a questi episodi sono state pure inserite le
più significative vicende storiche, durante le quali, e per conseguenza delle
quali, quegli episodi avvenivano. In tal modo, mi pare, quegli stessi episodi
riescono ad essere compresi e, soprattutto, riescono a delineare una immagine
certamente più realistica della essenza del personaggio, definito dalla storia
come «l’eroe dei due mondi», ma che, a mio sommesso parere, fu un uomo, a dir
poco, ingenuo, sia pure un avventuriero di diaboliche qualità, manovrato
abilmente da un non tanto oscuro burattinaio.
I PRIMI PASSI
Il 26 dicembre 1832 Giuseppe Garibaldi,
affiliato con il nome di «Pane» alla setta «Giovine Italia» fondata da Mazzini,
si arruolò come marinaio di terza classe nella marina piemontese con il compito
di sobillare e di fare propaganda della setta tra i marinai savoiardi. La
tecnica delle sette sovversive, con l'attivazione di episodi di rivolta quasi
spesso irrealizzabili, era, infatti, quella di tenere sempre e comunque in stato
di tensione i governi e quindi di provocare artatamente la loro reazione. In tal
modo esse miravano a convincere, nel corso del tempo, le popolazioni che tutto
ciò accadeva a causa dell’oppressione dei sovrani, sia a Napoli, sia negli altri
Stati che non si uniformavano alle loro mire.
Il Mazzini, che viveva al sicuro nella Svizzera, progettò inoltre nel 1834
di invadere la Savoia con il generale Girolamo Ramorino a capo di un centinaio
di rivoltosi, mentre a Genova Garibaldi avrebbe dovuto far insorgere la città ed
occupare il porto. L’inconsistenza dell’azione ed il feroce intervento delle
truppe piemontesi fecero fallire l’inutile sommossa. Molti cospiratori catturati
furono condannati a morte. Il Mazzini, rimasto sempre in Svizzera (e poi
rifugiatosi prudentemente a Londra), ed il Garibaldi, riuscito fortunosamente a
fuggire, furono condannati a morte in contumacia. Garibaldi prima si rifugiò per
alcuni mesi a Marsiglia, dove venne raggiunto dalla notizia che, il 3 giugno
1834, il Consiglio Divisionario di Guerra lo aveva condannato a morte
ignominiosa come " bandito di primo catalogo", e dopo s’imbarcò sul brigantino
mercantile Union, diretto a Odessa, da dove si diresse a Tunisi, per
arruolarsi come marinaio nella flotta piratesca di Hussein Bey, Signore di
Tunisi.
Nel 1834, nella Reggenza di Tunisi, vivevano all'incirca 8000 europei. Un
terzo di loro erano italiani. Provenivano dalle più disparate parti d'Italia:
dalla Sicilia, dalla Campania, dalla Toscana, dalla Liguria. A la Goulette, il
porto di Tunisi, morì nel febbraio del 1834 il capitano Paolo Carboso, un ligure
originario di Recco. Tra le sue carte si rinvennero lettere e documenti che
fecero risalire alla società Carbonara, o meglio alla "Vendita", come si diceva
nel gergo segreto, la setta massonica degli «Amis en captivitè» che aveva una
sua sede a Malta. Di qui le conclusioni che furono subito tratte e che cioè : "I
suoi frequenti viaggi fra Tunisi, Lisbona, Malta, avessero avuto lo scopo di
portare dei pieghi in quelle regioni per le pratiche infami della propaganda".
In realtà in quel periodo la carboneria, a Tunisi, era venuta perdendo
terreno. Al suo posto però aveva già invece gettato radici la "Giovine Italia"
con un programma repubblicano per l'unità dell'Italia. In quello stesso mese
giunse a Tunisi un altro profugo politico. Si trattava di Antonio Montano di
Napoli, che aveva prima partecipato alla rivoluzione costituzionale e poi alla
cosiddetta " congiura del monaco" (perché capeggiata dal frate Angelo Peluso).
Verso la fine dello stesso anno riparava a Tunisi anche un altro cospiratore:
Antonio Gallenga di Parma. Nella "Giovine Italia" di cui era affiliato aveva
assunto il nome di "Procida". Mazzini aveva una grande fiducia in lui, anche se
egli si era rifiutato di compiere un attentato politico per assassinare Re Carlo
Alberto. Tunisi costituì in quegli anni una tra le basi della massoneria più
importanti per la cospirazione contro le Due Sicilie.
Dopo qualche mese Garibaldi si portò di nuovo a Marsiglia, dove si imbarcò
come secondo sul brigantino Nautonier di Nantes diretto a Rio de Janeiro.
NEL NUOVO MONDO
Agli inizi dell’estate del 1836 Garibaldi, però, accusato dalle autorità di
Rio de Janeiro di loschi traffici, assieme ad altri italiani fuorusciti,
ricevette l’ordine di espulsione dal Brasile. L’avventuriero, allora, rubò una
barca dal porto e, con gli altri suoi complici, si diede alla pirateria.
Braccato dalla Marina brasiliana, si rifugiò nella provincia di Rio Grande
presso Bento Gonçalves, capo della rivolta contro la monarchia del Brasile.
Nel 1837, poi, il Garibaldi, inizialmente con una barcaccia da 20 tonnellate
(da lui battezzata Mazzini), successivamente con altre navi catturate, si
diede a scorrerie e saccheggi sul Rio Grande contro le navi cattoliche-ispaniche
e nei villaggi rivieraschi, protetto dagli inglesi, i quali per suo mezzo
raggiungevano così lo scopo di assicurare il monopolio commerciale all’impero
britannico. Nell’agosto, tuttavia, la sua nave fu intercettata e colpita da
molte fucilate, ma il nizzardo riuscì a sfuggire alla cattura con l’aiuto di una
nave argentina che la rimorchiò. Tra i molti feriti c’era lo stesso Garibaldi
che fu internato e curato in Argentina.
Nel 1838 Garibaldi, lasciato libero dagli Argentini, si diresse a Montevideo
e poi ancora nel Rio Grande, dove i ribelli di Bento gli affidarono due navi,
catturate qualche mese prima ai brasiliani, per la tratta dei negri. In seguito
Garibaldi si diede a veri e propri atti di pirateria nei pressi della laguna Dos
Patos, dove assaliva navi mercantili isolate, uccidendo gli inermi marinai delle
navi catturate. Molte volte assalivano anche i villaggi interni dei contadini,
facendo razzie, rubando oggetti di valore e violentando le donne.
Fu in
questo periodo che incominciò a portare i capelli lunghi perché, avendo tentato
di violentare una ragazza, questa gli aveva staccato l’orecchio destro con un
morso.
Nel 1839 in Cina venne decretato il divieto di importazione dell’oppio da
parte della Compagnia inglese delle Indie Orientali dal Bengala, dato lo stato
miserevole in cui si era ridotta gran parte della popolazione. Un funzionario
cinese, deciso a far rispettare il divieto d’importazione disposto
dall’imperatore, requisì e fece distruggere oltre 2.000 casse di droga
appartenenti ai mercanti britannici.
L’allora ministro degli Esteri inglese, Lord Palmerston, Gran Maestro della
Massoneria, poiché il commercio della droga era una pietra miliare della
politica imperiale inglese, per gli enormi guadagni che comportava, ordinò di
far sbarcare dei marinai dalla flotta inglese, che sostava nei pressi dell’isola
di Hong Kong, con il compito di provocare una rissa nella zona di Kowloon con i
residenti cinesi, fingendosi ubriachi. Un cinese venne ucciso e il capitano
inglese Elliot si rifiutò di consegnare i colpevoli alle autorità cinesi, che
pertanto intimarono alla flotta inglese di abbandonare le coste della Cina. La
conseguente azione di forza del modesto naviglio cinese (sulla cui azione
contavano gli inglesi) fu facilmente respinta dalle navi militari inglesi. Fu
così che il governo inglese diede immediatamente l'ordine alla flotta navale,
già in precedenza inviata in segreto in quei mari, di minacciare la Cina,
costringendola ad accettare la libera importazione dell’oppio ed a pagare alla
Gran Bretagna un’indennità di guerra di 20 milioni di dollari.
Hong Kong fu occupata dalle truppe inglesi e, in seguito, fu ceduta in
affitto alla corona inglese col trattato di Nanchino del 1842. In quello stesso
anno gli inglesi fondarono a Hong Kong una loggia massonica. Due anni dopo,
dichiarata porto franco, Hong Kong divenne la capitale mondiale della droga
sotto la protezione del governo inglese, che ne favoriva segretamente la
commercializzazione.
Alla fine di agosto il Garibaldi, intanto, conosceva Anita nel piccolo borgo
uruguayano di Barra. Allora la donna era già sposata con un tal Manuel Duarte,
che abbandonò il 23 ottobre, giorno in cui lo stesso Garibaldi la portò via
sulla nave Rio Pardo. Il Duarte dopo qualche giorno morì di crepacuore,
molto probabilmente anche a causa delle ferite causategli dai pirati garibaldini
durante l'assalto alla nave.
Alla fine dell’anno una squadra navale brasiliana riuscì a intercettare ed a
distruggere le navi corsare di Garibaldi. Costui, tuttavia, riuscì ancora a
sfuggire, insieme ad Anita ed a pochi dei suoi filibustieri, rifugiandosi ancora
una volta presso Bento. Garibaldi, così, insieme con Bento, che aveva costituito
nel 1840 un folto gruppo di banditi, si diede a compiere ancora rapine e razzie
di ogni genere, vanamente inseguito dai reparti governativi. Il 16 novembre,
mentre si trovavano in sosta nel paese di Mustarda, Anita diede alla luce
Menotti.
NASCE LA LEGGENDA
DELL’EROE DEI DUE MONDI
Dopo l’estate del 1841, Garibaldi, con 900 bovini razziati nelle campagne,
si separò da Bento e si diresse verso Montevideo in Uruguay, ma qui giunse nella
primavera successiva con sole trecento pelli, da cui ricavò un centinaio di
scudi. Rimasto poi senza denaro e del tutto inadatto a lavorare, fu aiutato da
Anita, che per sostenere la famiglia si mise a fare la lavandaia. In quel
periodo era, intanto, scoppiata la guerra tra Argentina e Uruguay.
Durante questa guerra, a Garibaldi gli fu affidato, nel gennaio del 1842, da
parte del diplomatico inglese William Gore Ouseley, il comando di alcune navi,
con le quali costituì una grossa banda formata quasi tutta da italiani, vestiti
con una camicia rossa. Questa gente, per lo più disperata, dedita solo a rapine,
si diede a compiere molti atti di violenza, a cui partecipava ben volentieri lo
stesso Garibaldi, tanto che, dopo una efferata rapina da lui fatta in casa di un
brasiliano, dovette essere destituito e imprigionato. Tra gli italiani vi erano
anche dei tipografi settari che pensarono di stampare un giornale che
intitolarono «Il Legionario italiano», sul quale inventarono moltissime menzogne
di eroismo sul comportamento degli italiani in quella guerra, in modo da
attenuare la forte ostilità dei cittadini uruguayani verso le camicie rosse
italiane. Il giornale, però, fu anche fatto uscire dai confini dell’Uruguay e
con la complicità dei settari fu fatto tradurre in molte lingue, tanto che,
riportata da altri giornali, fecero nascere la leggenda sugli «eroici» legionari
italiani.
In seguito l’avventuriero si iscrisse alla Massoneria Universale e
precisamente nella loggia irregolare "L’asilo della Virtù", regolarizzandosi poi
in Montevideo il 24 agosto 1844, nella loggia "Gli Amici della Patria",
dipendente dal Grande Oriente di Francia.
Nel frattempo, l’enorme profitto commerciale che stavano avendo Inghilterra
e Stati Uniti con la Cina, attirò anche l’interesse della Francia, che il 24
ottobre costrinse il governo cinese ad un nuovo trattato commerciale a Whampoa,
con il quale anche i francesi si misero a vendere oppio ai Cinesi. Nel decennio
successivo il consumo di oppio in Cina venne triplicato e la sovranità cinese
praticamente eliminata, perché fu consentito all’Inghilterra, alla Francia ed
agli Stati Uniti di vendere liberamente nell’immenso territorio cinese qualsiasi
prodotto.
Dopo varie vicende, il 20 novembre 1847 la flotta anglo - francese sconfisse
quella argentina, ponendo in tal modo fine alla guerra tra Uruguay e Argentina.
Intanto la leggenda di Garibaldi fu gonfiata oltre misura anche da Mazzini, il
quale poi lo invitò a venire in Italia dove «i tempi dell’azione erano ormai
maturi».
Nel 1848 venne pubblicato il «Manifesto Comunista», elaborato da Marx ed
Engels, con il finanziamento dei massoni Clinton Roosevelt e Horace Greely,
entrambi membri della Loggia Columbia, fondata a New York dagli Illuminati di
Baviera. Successivamente allo stesso Marx, in collaborazione con Mazzini, fu
dato dagli Illuminati l’incarico di preparare l’indirizzo e la costituzione
della «Prima Internazionale « (Comunista).
LE CONGIURE IN ITALIA
La successiva mossa dei massoni fu quella di spingere alcuni affiliati,
sovversivi duosiciliani, La Farina e La Masa a sbarcare il 3 gennaio 1848 a
Palermo, dove, era stato loro detto, si era costituito un Comitato
Rivoluzionario. Questo comitato non esisteva, ma vi trovarono invece gli altri
massoni Rosolino Pilo e Francesco Bagnasco, che al loro arrivo mobilitarono
tutti i loro seguaci per iniziare la rivolta. La Masa, per poter avere
l’appoggio delle popolazioni convinse il principe Ruggero Settimo a porsi a capo
della rivolta per l’indipendenza della Sicilia. Le titubanze del principe furono
presto superate quando Lord Mintho, con la flotta inglese nella rada del porto
di Palermo, gli assicurò il suo appoggio. I rivoltosi, poi, certi che il
comandante borbonico, il massone De Majo, non avrebbe opposto che una simbolica
resistenza, insorsero il 12 gennaio a Palermo, concentrandosi alla Fieravecchia.
La gente si chiuse nelle case e le botteghe serrarono le porte. Le truppe,
poiché vi erano stati atroci episodi di violenza e di saccheggi, si rinchiusero
nel forte di Castellammare e da lì bombardarono gli appostamenti dei rivoltosi.
A Napoli, mentre i carbonari facevano espellere i Gesuiti, l’inglese
Palmerston, capo del governo inglese, suggeriva al governo napoletano di
riconoscere l’indipendenza della Sicilia e nello stesso tempo esaltava la
liberazione d’Italia dagli stranieri. Insomma l’Inghilterra voleva unire
l’Italia e separare il Regno, per appropriarsi della Sicilia. L’isola, infatti,
dopo l’occupazione francese dell’Algeria e la costituzione di una base navale ad
Algeri, era diventata per gli Inglesi interessante per controbilanciare
l‘accresciuta potenza navale francese nel Mediterraneo.
(Non dimentichiamo il già fallito tentativo degli inglesi, durante il
periodo napoleonico, di spingere l'Isola all'indipendenza. Che fino al 1815 di
fatto lo era già diventata. Pronta una costituzione simile a quella inglese.
Sull'isola gli inglesi potevano contare sulle uniche (allora nel mondo) miniere
di zolfo, indispensabili per le loro acciaierie. Assediarono il porto di
Napoli quando i Borboni volevano revocare i contratti sullo zolfo. Ndr).
In Austria, nel frattempo, i massoni il 13 marzo approfittarono per
promuovere una grave insurrezione a Vienna, tanto che l’imperatore Ferdinando I
fu costretto a concedere la costituzione. La setta, tuttavia, continuò nei suoi
intrighi fomentando disordini in Boemia, in Ungheria e nel Lombardo-Veneto. A
Milano, infatti, appena giunta la notizia dell’insurrezione di Vienna, vi fu
l’episodio delle Cinque Giornate che durò dal 18 al 22 marzo. Anche a Venezia il
giorno 17 vi furono delle sommosse, tanto che le truppe austriache furono
costrette a rifugiarsi nelle fortezze di Peschiera, Mantova, Legnago e Verona
sotto gli ordini di Radetzky. Insomma si ripeteva in tutta l’Europa cattolica,
tranne cioè nei paesi protestanti, quanto era successo con le rivolte in
Sicilia. I massoni (secondo le direttive inglesi) fomentavano le rivolte al solo
scopo di sconvolgere l’equilibrio della politica europea ai danni delle potenze
conservatrici : Due Sicilie, Austria, Prussia e Russia, garanti dello statu
quo nato dalla Santa Alleanza.
Fu così che, mentre Garibaldi, chiamato da Mazzini, partiva il 15 marzo da
Montevideo, imbarcandosi con 150 uomini sulla nave Speranza, Carlo
Alberto, spinto dalla setta, dichiarò il 24 marzo la guerra all’Austria. Poi i
massoni, con la complicità dei governi liberali, che erano riusciti a insediare
negli altri Stati italiani, costrinsero questi ad inviare dei corpi di
spedizione contro l’Austria. A Roma il 27 venne da Torino il conte Rignon per
chiedere al Papa un appoggio materiale e morale per la guerra. Pio IX inviò le
truppe pontificie al comando del generale Durando e di d’Azeglio, ma con
l’ordine di fermarsi sul Po e solo per scopo difensivo. In quanto all’appoggio
morale, egli affermò il 29 aprile che non avrebbe mai dichiarato una guerra
offensiva.
Il Rignon si recò anche a Napoli, dove già erano all’opera gli arruolamenti
di volontari da parte dei liberali. Ferdinando, tuttavia, aveva già deciso cosa
fare. Egli, infatti, si era reso conto che il movimento, non avendo l’appoggio
del popolo, si sarebbe esaurito da solo nelle gravi agitazioni che esso stesso
provocava. Concluse che l’unico modo per vincerlo, era quello di accelerarne gli
effetti. Dichiarò così inaspettatamente il 7 aprile guerra all’Austria e
concesse 16.000 uomini al comando del generale Guglielmo Pepe, che il 4 maggio
partì, anche lui con l’ordine di attestarsi sul Po.
Le truppe piemontesi, che avevano adottato una nuova bandiera con i colori
verde, bianco e rosso, che erano i colori che identificavano la massoneria
dell’Emilia, ebbero il 30 maggio 1848 un primo successo a Goito contro gli
Austriaci, grazie alla resistenza delle truppe napolitane e dei volontari
toscani che li avevano fermati a Curtatone e a Montanara. Gli Austriaci così
furono costretti a ritirarsi verso il quadrilatero, fatto che consentì ai
liberali l’annessione di Milano ai Savoia e a Venezia la proclamazione della
repubblica. Numerose furono le decorazioni e le onorificenze concesse ai
Napolitani, ma nell’obelisco, eretto nei luoghi della battaglia, vi sono solo i
nomi dei toscani, mentre quelli dei Napolitani furono deliberatamente omessi.
Ferdinando II, tuttavia, dovette richiamare in Patria il corpo di spedizione
napolitano per ragioni di ordine pubblico. In Calabria, infatti, la massoneria
aveva fomentato alcune sommosse, approfittando del fatto che l’esercito
borbonico era impegnato in Lombardia. La diplomazia inglese, inoltre, aveva
spinto il governo rivoluzionario della Sicilia ad offrire la corona al savoiardo
duca di Genova, che però declinò l’offerta, non sentendosi sicuro di mantenerla.
In giugno, in esecuzione dell’ordine del Re Ferdinando, tutte le truppe
napolitane rientrarono a Napoli, tranne il traditore Pepe e circa mille soldati
che, plagiati dai settari, si recarono a Venezia. Nel frattempo, Garibaldi dopo
essere sbarcato il 21 giugno a Nizza con i suoi avventurieri, si era recato il 5
luglio a Roverbella, nei pressi di Mantova, per offrirsi volontario al re Carlo
Alberto (l'uomo che lo aveva condannato a morte in contumacia), che però lo
respinse. Allora il nizzardo si recò a Milano, dove il governo provvisorio
lombardo, presieduto dal conte massone Casati, lo nominò il 14 luglio generale
di brigata.
I piemontesi, tuttavia, senza l’aiuto delle truppe napolitane, vennero
ignominiosamente sconfitti a Custoza il 25 luglio dalle poche truppe austriache
e furono costretti a firmare il 9 agosto un armistizio a Salasco con Radetzky.
Alle battaglie avevano tentato di partecipare anche i volontari di Garibaldi, ma
il 4 agosto, senza neanche affrontare le avanguardie austriache incontrate a
Merate, i più incominciarono a disertare e i rimanenti con Garibaldi, travestito
da contadino, riuscirono a giungere in Svizzera, dove, come sempre, il prudente
Mazzini si era già rifugiato .
Tranne la città di Venezia, rimasta assediata, tutto il territorio occupato
dai savoiardi ritornò all’Austria.
A queste vicende non vi fu alcuna partecipazione popolare. Anzi le masse
erano per lo più favorevoli agli Austriaci, come dimostrarono le manifestazioni
della maggior parte del popolo che, al loro ritorno, aveva gridato «Viva
Radetzky» .
( a tale proposito vedi )
1848-49: LA FALLITA
RIVOLUZIONE MILANESE - "MEMORIALE" DI CARLO CATTANEO
LA REPUBBLICA ROMANA
A Napoli il 1° febbraio del 1849 vennero riaperte le Camere. Nel frattempo
erano affluiti a Roma i più importanti capi massoni, tra cui anche Garibaldi e
Mazzini, che il 5 febbraio proclamarono la Repubblica Romana. Il 9 febbraio fu
formata l’assemblea costituente che proclamò la repubblica e la fine del Papato.
L’assassinio fu l’ordinario espediente della setta per contenere la popolazione
col terrore, le cui vittime furono preti, cittadini, ufficiali e perfino il
ministro Pellegrino Rossi. Nessun assassino fu punito, nemmeno il Zambianchi,
colonnello delle Guardie di Finanza, che fece uccidere tanti innocenti nel
quartiere di S. Callisto. Anche in Ancona furono commessi degli efferati
omicidi, per ordine sempre di Mazzini. A questo governo il primo ministro
inglese, il massone lord Palmerston, dichiarò di essere pronto a portare
qualsiasi aiuto.
Il 20 marzo Carlo Alberto, disdetto l’armistizio, attaccò nuovamente gli
Austriaci, che in soli tre giorni sconfissero i piemontesi a Novara. Vi fu un
intervento "moderatore" inglese sull'Austria, che impedì al generale Radetsky di
invadere il Piemonte dopo la vittoria ed indusse l'Austria a contentarsi di una
semplice "indennità di guerra", pur se di notevole importo per l'epoca: 75
milioni. Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che fu
spinto a nominare Presidente dei ministri il massone Massimo d’Azeglio.
A Genova alla notizia dell’armistizio di Vignale il popolo cercò di
ribellarsi dall’opprimente dominazione piemontese e nei tumulti furono uccisi
due ufficiali piemontesi. La rivolta venne, però, sanguinosamente soffocata il 4
aprile con un feroce e devastante bombardamento della città da parte del cinico
La Marmora, che comandava un esercito di sedicimila soldati piemontesi inviati
nella città per la repressione. Il bombardamento durò tre giorni e causò la
morte di 500 genovesi. Seguirono poi feroci repressioni e tra i numerosi
condannati a morte vi fu anche il generale Ramorino, che fu fucilato, come capro
espiatorio, il 22 maggio.
Con queste atrocità iniziava il suo regno il «re ... galantuomo».
Il Papa, nel frattempo, aveva lanciato un appello a tutte le nazioni
cattoliche, tranne al Piemonte, per essere restaurato sul trono di Roma. Lo
raccolse per prima la Francia di Luigi Bonaparte, che inviò il 25 aprile 1849 un
corpo di spedizione a Roma, comandato dal generale Oudinot, facendo credere che
ci andava per fare da paciere tra il Papa e il governo rivoluzionario. In realtà
Luigi Bonaparte mirava ad essere fatto re e voleva, per questo, assicurarsi il
favore dei cattolici di Francia, oltre che eliminare l’influenza del
repubblicano Mazzini, che con le sue idee contrastava gli accordi con i Savoia.
Intanto anche l’Austria e, successivamente, la Spagna, che stava approntando una
spedizione navale, avevano raccolto l’appello del Papa. Napoli, pur se ancora
alle prese con la riconquista della Sicilia, inviò il 28 aprile le poche truppe
di cui poteva disporre, ma abbondava di cannoni, che dovevano servire per
aiutare i Francesi.
Al rifiuto del Mazzini ad intavolare qualsiasi trattativa, i Francesi
attaccarono Roma il 30 aprile con seimila uomini, ma a causa della mancanza di
artiglieria che non consentiva loro di superare le grosse mura, si ritirarono in
attesa dei cannoni. A questa battaglia partecipò, tra i rivoluzionari, anche il
massone Carlo Pisacane, disertore dell’Armata Napolitana. Nei giorni successivi,
invece, tra il 7 e 9 maggio, le truppe napolitane comandate dal generale Lanza e
attestate a Palestrina, sgominarono facilmente un attacco di tremila uomini
comandati dal massone Luciano Manara.
Il Journal des Débats, pochi giorni dopo la fallita impresa,
pubblica il...
testamento del Pisacane,
... che dice di aver ricevuto da Londra e scrive: "Dalla lettura di
questo documento si vede di che fatta eroe fosse quel fanatico strumento
dell’ambizione mazziniana, e quale sia il giudizio che gl’Italianissimi fanno di
Casa Savoia, e del regime costituzionale in Piemonte. Essi abbominano l’una e
l’altro, come abbominano l’Austria e il suo governo; e tutte le lodi che
prodigano al Piemonte non sono che perfide ipocrisie per avere dal paese asilo,
pane ed aiuto a liberamente congiurare".
Intanto in Sicilia, dopo una brillantissima campagna militare, elogiata da
tutta la stampa estera, il 14 maggio, fu liberata Palermo ed il Filangieri,
comandante della spedizione, come da disposizione reale, promulgò l’amnistia per
tutti, tranne per i capi della rivolta. Il 15 maggio tutta l’isola era
pacificata, esattamente un anno dopo dal giorno della rivolta a Napoli. Alle
milizie straniere, polacchi, francesi e nizzardi, che avevano combattuto contro
l’esercito napolitano fu concesso magnanimamente di rimpatriare.
Successivamente, il 17 maggio, si ebbero dei contrasti con Oudinot, che si
era opposto alla presa di Roma mediante l’aiuto di Napoli e dell’Austria, in
quanto aveva ricevuto dal Lesseps, deputato dell’Assemblea Nazionale francese,
l’ordine di non operare con le truppe del governo napolitano e di quello
austriaco, considerati reazionari. Tali affermazioni, indussero lo sdegnato
Ferdinando II a spostare le sue truppe nella campagna romana, nella zona di
Velletri. Poiché Oudinot aveva fatto da solo un armistizio con la Repubblica
Romana, tutto l’esercito repubblicano, composto da undicimila uomini e dodici
cannoni, approfittando della tregua con i Francesi, assalì il 19 maggio
l’esercito napolitano, formato da diecimila uomini e da quattro batterie di
artiglieria. Rosselli, che comandava i repubblicani, credeva di sconfiggere i
Napolitani sorprendendoli durante la fase critica del movimento, ma venne
violentemente respinto ed ebbe moltissime perdite. Qui c’era anche il Garibaldi
che tentò un assalto, ma fu sconfitto dal 2° battaglione cacciatori del maggiore
Filippo Colonna. Anche questa volta le bande settarie vennero messe in fuga e lo
stesso Garibaldi, sbalzato da cavallo, si salvò a stento.
Il 27 maggio sbarcò a Gaeta il contingente spagnolo forte di circa novemila
uomini. Cessate le operazioni in Sicilia, furono inviate altre brigate
napolitane al comando del generale Nunziante, che si unì il 7 giugno alle truppe
spagnole. Mentre Napolitani e Spagnoli provvedevano a liberare i territori a sud
di Roma, proteggendo l’ala destra delle truppe francesi, Oudinot riuscì
finalmente a entrare in Roma il 3 luglio, ristabilendo il potere temporale del
Papa. Anche questa volta Mazzini e Garibaldi riuscirono a scappare. Mazzini si
rifugiò a Londra, mentre Garibaldi, rifugiatosi a S. Marino, dopo aver tentato
avventurosamente di raggiungere Venezia, s’imbarcò il 16 settembre a Genova per
la Tunisia. La sera del 19 settembre 1849 a bordo della regia nave Tripoli,
arrivò nella rada di Tunisi. Tuttavia questa volta Ahmed Bey si rifiutò di farlo
sbarcare e Garibaldi fu costretto a lasciare Tunisi il giorno dopo, imbarcandosi
su un’altra nave diretta verso gli Stati Uniti d’America.
OBIETTIVO: LE DUE SICILIE
Il Piemonte, nel frattempo, aveva iniziato a concretizzare un piano politico
per la conquista del resto dell’Italia, approfittando della Conferenza per la
pace fissata in febbraio del 1856 a Parigi. Il 27 marzo il governo piemontese
emise una Nota al governo di Francia ed Inghilterra lamentando truffaldinamente
la condizione «deplorevole» dello Stato Pontificio e di quello delle Due
Sicilie. L’otto aprile, dieci giorni dopo la firma della pace al Congresso di
Parigi, d’accordo con Napoleone III, il Cavour fece sollevare pubblicamente la
«questione italiana», con una feroce accusa fatta fare dal conte Walewsky
(figlio bastardo di Napoleone I) contro il Governo Napolitano e quello del Papa.
A tali proclami fece eco, come convenuto, anche il governo di Londra con il
Clarendon, che accusò inoltre anche l’Austria di opprimere gli Italiani del
Lombardo-Veneto. Al 20 di aprile, per accentuare le accuse, l’emissario francese
e l’ambasciatore inglese Lord Clarendon chiesero al Governo Napolitano una larga
amnistia per i detenuti politici ed una larga riforma giudiziaria. Alla ferma
risposta di Ferdinando, che giustamente ritenne la pretesa una illegittima
ingerenza nella sovranità di Napoli, i due governi ritirarono i propri
rappresentanti, Brenier e Temple, che lasciarono in seguito Napoli a fine
ottobre.
Il 4 maggio vi fu un incontro segreto a Parigi tra Cavour e Clarendon per
definire l’accordo sulle modalità di invasione delle Due Sicilie. Gli
ambasciatori inglesi, James Hudson a Torino e Henry Elliot a Napoli, furono
informati dei progetti ed ebbero opportune disposizioni per attuarli.
Il 24 maggio gli Austriaci si ritirarono dalla Toscana e lo stesso giorno il
Garibaldi rientrò in Italia dagli U.S.A., dove si era rifugiato.
In luglio il Cavour iniziò a riarmare occultamente l’esercito e il 13 agosto
chiamò segretamente il Garibaldi a Torino, che allora era diventata una vera e
propria capitale del terrorismo con circa 30.000 fuorusciti sovversivi di tutti
gli Stati. Tra di essi vi erano i massoni La Farina, Paleocapa, Scialoja, De
Sanctis, Spaventa, Medici, Pallavicino, Amari, Fanti e Cialdini.
In novembre il Mazzini, a proseguimento dell’azione diplomatica francese ed
inglese, diede il via a Palermo ed a Cefalù ad alcune rivolte dimostrative,
affidandone l’organizzazione al massone barone Bentivegna. Le rivolte, che
diedero luogo a saccheggi delle casse pubbliche ed all’assalto alle carceri, si
esaurirono praticamente da sole, pur avendo l’appoggio della goletta inglese
Wanderer venuta da Malta.
L’8 dicembre il Mazzini organizzò un attentato al Re Ferdinando II,
facendone affidare l’incarico a un soldato di origine albanese, arruolato nel 3°
battaglione cacciatori, Agesilao Milano. Costui, mentre il Re passava in rivista
a cavallo i reggimenti schierati sul campo di Marte a Capodichino, uscì dai
ranghi e vibrò a Ferdinando un colpo di baionetta, che venne deviato però dalla
fondina della pistola. Ferdinando, benché ferito, assistette impassibile fino
alla fine della sfilata. Il Milano, sottratto a stento dal linciaggio, dopo
essere stato processato, venne giustiziato il 13 dicembre. Il più accanito
sostenitore della pena capitale fu il generale massone Alessandro Nunziante,
aiutante di campo di Ferdinando II. Il motivo di tanto accanimento sembra sia
stato quello di far chiudere per sempre la bocca del regicida, per paura che
questi potesse fare delle compromettenti rivelazioni.
Ma il Mazzini non dava tregua al Governo Duosiciliano, organizzando altri
attentati. Il 17 dicembre fece esplodere un deposito di polveri situato
nell’arsenale a Napoli, ove vi furono diciassette morti. Il 4 gennaio del 1857
fece saltare in aria nel porto di Napoli la fregata a vapore Carlo III,
carica di armi e munizioni, causando la morte di trentotto persone.
Tutti questi episodi non avevano altro scopo che quello di provocare la
reazione poliziesca da parte del Governo borbonico, in modo da avere non solo
l’opportunità di screditarlo continuamente di fronte all’opinione pubblica
mondiale, ma anche per far apparire alla gente napolitana e siciliana il loro
Sovrano come un oppressore del popolo, aiutato in questo dalla stampa massonica.
Il Mazzini, in seguito, spinse il massone Carlo Pisacane, approfittando
della sua ingenua ed esaltata personalità, a tentare uno sbarco in Calabria,
dove gli aveva assicurato, con la sua sola presenza, si sarebbe scatenata la
rivoluzione. Il 25 giugno il Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro
sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo
di linea Cagliari, diretto a Tunisi. Impadronitosi della nave durante la
notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si diresse verso Ponza,
dove liberò 323 detenuti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28
sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma furono assaliti proprio dalla stessa
popolazione, che li costrinse alla fuga. Il 1° luglio, a Padula vennero
circondati e 25 di essi furono massacrati dai contadini. Gli altri vennero
catturati e consegnati ai gendarmi. Il Pisacane ed il Falcone si suicidarono con
le loro pistole, mentre quelli scampati all’ira popolare furono poi processati
nel gennaio del 1858, ma, condannati a morte, furono graziati dal Re, che
tramutò la pena in ergastolo. I due inglesi, per intervento del loro governo,
furono dichiarati fuori causa per ... infermità mentale.
Garibaldi, poi, fu convocato in Inghilterra per organizzare una più decisa
azione contro le Due Sicilie. Gli inglesi, infatti, erano convinti
dall’insuccesso di Pisacane, che senza una destabilizzazione interna,
soprattutto da attuare con la complicità dei vertici civili e militari, mai ne
sarebbe stato possibile la conquista da parte del Piemonte. Dopo alcuni accordi
preliminari con la massoneria inglese, Garibaldi partì da Liverpool con il
vapore Waterloo, sbarcando a Staten Island il 30 luglio. A New York fu
ospitato in casa del massone Antonio Meucci (prima che questi inventasse il
telefono), dove aprì una fabbrica di candele allo scopo di mascherare la sua
presenza negli U.S.A., che aveva solo lo scopo di ottenere aiuti finanziari e
militari dai nord americani.
Il 1° agosto a Torino venne fondata la setta carbonara «Società Nazionale»,
sotto la presidenza del massone Daniele Manin, che faceva capo al siciliano
Giuseppe La Farina ed al lombardo marchese Giorgio Pallavicino, ma a reggerne le
fila era il Cavour che agiva secondo le direttive inglesi. Essa aveva il fine di
organizzare segretamente azioni terroristiche e di rivolta dovunque fossero
necessarie al fine di annettere tutta l’Italia al Piemonte. Ad essa aderirono i
più noti massoni, tra i quali in seguito anche Garibaldi che ne divenne il capo.
I principali comitati sovversivi erano a Torino, Genova, Milano, Venezia, Roma,
Firenze, Napoli e Palermo, che dipendevano direttamente da Londra e da Parigi.
La prima attività, sovvenzionata dagli illimitati fondi massonici, fu quella di
plasmare l’opinione pubblica attraverso la pubblicazione di menzogne con il fine
di screditare i governi d’Austria, del Papa, del Re delle Due Sicilie e degli
altri piccoli Stati italiani. I principali giornali massoni europei di quel
periodo erano: Siècle, Presse, Messager,
Times, Morning-Post, Unione, Independance Belge.
Tali menzogne sono ancora oggi riportate in Italia in tutti i libri di storia e
fatte studiare come vere.
Nell’anno 1857 in India, dopo che si erano combattute ben otto guerre per
impedire il dominio della Compagnia Britannica delle Indie, l’intero popolo
indiano si ribellò al ferreo dominio inglese. La rivolta venne spietatamente
soffocata nel sangue : milioni di persone furono barbaramente mutilate,
assassinate, giustiziate, massacrate, migliaia di villaggi furono incendiati e
rasi al suolo. In Inghilterra chi decideva queste atrocità era Lord Palmerston,
diventato primo ministro, mentre ministro degli esteri era John Russell e
ministro per le Colonie era Bulwer Lytton (autore del famoso romanzo «Gli ultimi
giorni di Pompei» e che aveva rilanciato il culto di Iside «come supporto
ideologico della diffusione della droga»). Il Palmerston in quel periodo aveva
organizzato una serie di associazioni segrete e di banche che basavano la loro
fortuna su operazioni finanziarie illegali, sul traffico dell’oro, di diamanti e
di stupefacenti.
Mentre l’Inghilterra «pacificava» l’India, continuando a vendere l’oppio ai
cinesi, la Francia occupava Saigon in Indocina. L’India, che prima
dell’occupazione inglese era ricca di industrie e di derrate agricole, con un
attivissimo commercio, cadde in uno stato di profonda prostrazione economica. La
Compagnia inglese delle Indie Orientali, infatti, apportò un devastante
capovolgimento nelle condizioni economiche di quel paese con la monopolizzazione
del commercio, con il divieto delle industrie e con il fissare d’autorità il
prezzo di vendita delle derrate agricole, tanto che la miseria dilagò in quelle
campagne un tempo felici.
Il Mazzini, intanto, dopo aver diabolicamente plagiati i sovversivi, non
sempre riusciva a controllarli. Esemplare fu il caso dell’Orsini, anche lui
carbonaro reduce dai moti di Roma del 1848. Costui, infatti, convinto nella sua
esaltazione che l’artefice della perdita della Repubblica Romana era stato
Napoleone III, la sera del 14 gennaio 1858 lanciò, insieme ad altri tre
complici, tre bombe sotto la carrozza di Napoleone III e dell’imperatrice
Eugenia, che si recavano all’Opera. I sovrani rimasero incolumi. Gli scoppi
provocarono però 8 morti e 150 feriti tra la gente. Tra i complici di Orsini vi
era anche un sovversivo siciliano, il massone Francesco Crispi, anche lui in
possesso di bombe per l’attentato, ma che non fu scoperto. Il Cavour,
consultatosi rapidamente con Napoleone III, fece scrivere una lettera
nobilissima che venne attribuita fraudolentemente all’Orsini. Nella lettera,
appositamente diffusa in migliaia di copie quale testamento del condannato a
morte, costui chiedeva all’imperatore di aiutare l’Italia a liberarsi dagli
stranieri. I due compari, il Cavour e Napoleone III, il 13 marzo, si liberarono
definitivamente dello scomodo Orsini, facendolo cinicamente ghigliottinare in
maniera spettacolare.
Il 23 aprile l’Austria intimò al Piemonte il disarmo immediato dell’esercito
piemontese, che era stato schierato provocatoriamente lungo le frontiere.
L’arrivo il 26 aprile (e quindi già predisposto) delle forze francesi in
Piemonte costrinse l’Austria a varcare il 29 aprile il Ticino con un suo
esercito, comandato dal generale Gyulai, in modo da attaccare i piemontesi prima
che i due eserciti si congiungessero. Ferdinando II dichiarò neutrale il Regno.
Intanto i sovversivi si erano scatenati il 26 aprile in Toscana, ove
scacciarono da Firenze Leopoldo II. Il Piemonte ne approfittò subito per
inviarvi un commissario, il massone Bettino Ricasoli, per «ristabilire» l’ordine
e per rapinare le casse pubbliche di 56 milioni, che furono inviati in piemonte
«per sostenere la causa italiana».
Il 20 maggio vi fu un primo scontro a Montebello tra Austriaci ed i
Franco-piemontesi. Dopo la sconfitta di Gyulay il 30 maggio a Palestro, il 4
giugno gli Austriaci vennero sconfitti dai Francesi anche a Magenta e si
ritirarono nel Veneto. Le truppe e il comando piemontese durante la battaglia si
trovavano a 12 chilometri di distanza dagli avvenimenti e non ebbero nemmeno un
ferito. L’8 giugno i Franco-piemontesi occuparono Milano. Il Garibaldi, intanto,
rientrato dagli U.S.A, dove era riuscito a trovare gli aiuti richiesti, e fatto
generale dal re Vittorio, era calato verso Bergamo con le sue bande di tremila
volontari chiamati «cacciatori delle Alpi».
L’11 giugno, organizzate dal Piemonte, furono fatte scoppiare, ad opera dei
settari massoni che aiutarono carabinieri piemontesi in borghese, delle rivolte
a Fano, Senigallia, Faenza e Ferrara. Il 12 a Bologna, Ravenna, Imola e Perugia.
La pronta reazione delle guardie e del popolo mise però in fuga verso la Toscana
i sovversivi. Il 16 giugno a Napoli il Filangieri, insensatamente concesse una
larga amnistia, facendo rientrare nel Regno circa 200 dei più accaniti
cospiratori, che non persero tempo a tessere le loro trame di destabilizzazione.
Intanto la guerra tra l’Austria ed i Franco-piemontesi continuava fino
all’episodio delle vittorie dei Francesi (non dei piemontesi come falsamente
sostiene l’agiografia savoiarda) il 24 giugno a S. Martino e Solferino.
Inaspettatamente, però, senza badare al Cavour, Napoleone III firmò un
armistizio con l’Austria l’11 luglio a Villafranca, probabilmente perché temeva
una invasione dalla Prussia, ma anche perché la Francia non aveva alcun
interesse alla creazione di un forte regno ai suoi confini. L’Austria così
cedeva la Lombardia alla Francia, che la donò al Piemonte, mantenendo il
possesso del Veneto. Alla Francia il Piemonte dovette rimborsare una parte delle
spese di guerra per circa 50 milioni di franchi.
Nello stesso luglio i piemontesi inviarono due reggimenti di bersaglieri ed
altri «volontari» al comando di d’Azeglio nelle Romagne, ove occuparono Bologna,
Ravenna, Forlì e Ferrara, che non erano riuscite a prendere con le rivolte.
Anche qui vi furono le solite rapine e fu dichiarato decaduto il potere del
Papa. Il commissario piemontese Paoli si appropriò personalmente di 13 milioni
di lire. Pio IX inviò numerose proteste alle potenze europee, chiedendo la
nullità degli atti dell'Assemblea Nazionale costituita a Bologna e presieduta da
Minghetti, ma rimase inascoltato. In Francia, tuttavia, la reazione dei
cattolici fu abbastanza forte da indurre Napoleone III a proporre, ma solo per
acquietare gli animi, a Vittorio Emanuele la creazione di una confederazione
italiana presieduta dal Pontefice.
Il 7 luglio, intanto, era avvenuta in Napoli una rivolta di circa 300
soldati svizzeri appartenenti al 3° e 4° reggimento. La rivolta fu rapidamente
sedata dagli stessi svizzeri rimasti fedeli. Addosso ai morti ed ai prigionieri
furono trovate moltissime monete d’oro. Dalle indagini risultò che erano stati
sobillati da emissari piemontesi allo scopo di far mancare la fiducia del Re su
questi reggimenti. Contemporaneamente il Cavour aveva fatto pressioni sul
governo svizzero per il ritiro da Napoli di quelle truppe. Il Filangieri
approfittò dell’incidente (causato appositamente) e fece sciogliere quel corpo
militare che sicuramente era la maggior forza operativa dell’Armata Napolitana.
In agosto carabinieri piemontesi travestiti sollevarono altre sommosse a
Modena e a Parma, costringendo alla fuga Francesco IV e Maria Luisa Borbone.
Nelle due città si ripeterono le stesse atrocità e ladrocini commessi in
Toscana. Anche qui prontamente «l’accorto» Cavour inviò dei rapaci commissari. A
Modena arrivò il Farini, che non solo si appropriò della cassa e degli oggetti
preziosi, ma finanche dei vestiti del duca. A Parma furono compiuti anche feroci
delitti. Nelle due città in pochi giorni furono dilapidati circa 10 milioni di
lire. Tutto quanto era di metallo prezioso fu fuso e trasformato in lingotti. La
spia piemontese Antonio Curletti, che era stato incaricato dell’operazione, non
seppe quale fine fecero quei lingotti, ma i savoiardi accusarono i sovrani
scacciati di essere scappati via con l’argenteria e i tesori di Stato.
In settembre fu costituita una lega, con a capo Farini, Garibaldi e Fanti,
per organizzare un plebiscito truccato in Toscana, Modena, Parma e nelle Romagne
per l’annessione al Piemonte. Il Papa protestò, ma le truppe francesi, che erano
nello Stato Pontificio per «proteggerlo», non si mossero.
A Palermo, il 27 novembre, fu accoltellato il responsabile della polizia per
la Sicilia, Salvatore Maniscalco, uomo temutissimo e rispettato da tutti.
L’attentatore, un tale mafioso Vito Farina, trovato con seicento ducati d’oro,
aveva tentato di eliminare il principale ostacolo ai preparativi per l’invasione
garibaldina. Gli inglesi avevano trovato, dunque, i loro alleati in terra
siciliana.
Il 5 gennaio 1860 Garibaldi, con il consenso del governo piemontese, diede
incarico ai massoni Giuseppe Finzi ed Enrico Besana di organizzare una raccolta
di Fondi per un milione di fucili.
(* VEDI IL PROCLAMA AGLI
ITALIANI E AGLI STUDENTI)
Fu raccolta la somma di oltre due
milioni di lire soprattutto presso la borghesia piemontese, che puntava ad
impossessarsi del mercato e delle ricchezze delle terre napolitane. Il materiale
bellico acquistato fu sistemato nella caserma S. Teresa di Milano.
Il 24 gennaio Garibaldi, mentre stava per sposarsi con la contessina
Giuseppina Raimondi, fu informato poco prima della cerimonia dal conte Giulio
Porro Lambertenghi che la contessina era rimasta incinta dal garibaldino Luigi
Càroli. L’eroe, che aveva deciso di sposarsi per «riparare» una «sua»
presunta paternità, avuta conferma dalla stessa sposina che era stato
cornificato, se ne scappò immediatamente a Genova. A quell’epoca Garibaldi, di
bassa statura e con le gambe arcuate, era conciato male, era pieno di
reumatismi e per salire a cavallo aveva bisogno dell’aiuto di due persone che lo
sollevassero.
Il giorno 11 marzo si ebbero le farse dei plebisciti truccati in Emilia ed
in Toscana, che vennero ufficialmente annesse al Piemonte. Le Romagne erano
state già annesse con l’occupazione militare, nonostante la protesta del Papa,
al quale venne proposto da Napoleone III di prendere in cambio ... gli Abruzzi,
che erano territorio napolitano. Il Filangieri chiese le dimissioni proprio l’11
marzo e Francesco II lo sostituì con il principe di Cassaro, che aveva
ottant’anni, il quale nominò ministro della Guerra il generale Winspeare, che ne
aveva ottantadue.
Poi lo stesso Napoleone propose a Francesco II, che rispose negativamente,
di sostituire le truppe francesi con truppe napolitane per la difesa del Papa,
in modo da sguarnire di soldati il territorio napolitano. Napoleone III,
intanto, manteneva 50.000 uomini in Lombardia per costringere il Piemonte a
cedere Nizza e Savoia, che furono poi annesse alla Francia il 24 marzo. Quel
giorno, infatti, a seguito degli accordi segreti tra i due governi, furono
indetti plebisciti a Nizza e in Savoia per l’approvazione da parte del popolo
dell’annessione alla Francia. Il giorno precedente le truppe francesi erano
state fatte entrare nelle province per il «controllo» delle elezioni che,
abilmente manipolate, risultarono favorevoli all’annessione. Nei bandi per le
elezioni, per ancor più suggestionare il popolo, la parola «annessione» era
stata sostituita dal Cavour con la parola riunione.
L’INVASIONE
Nel frattempo il Garibaldi si incontrava a Genova con Gerolamo Bixio, detto
Nino, iscritto con tessera numero 105 alla loggia massonica «Trionfo Ligure»,
con l’avvocato massone Francesco Crispi, e con numerosi altri avventurieri, con
i quali incominciarono a progettare l’invasione della Sicilia, secondo le
direttive inglesi. L’Inghilterra, infatti, aveva vari motivi per eliminare il
governo borbonico: un primo motivo era l’eccessiva fede cattolica di quel
governo, così fedele al papa; poi, la continua persecuzione fatta contro le
sette massoniche ed, infine, forse, il più importante motivo, essa vedeva con
preoccupata apprensione l’avvicinamento dei Borbone all’impero russo che stava
tentando di avere uno sbocco nel Mediterraneo. La situazione politica, inoltre,
stava cambiando anche per la prossima apertura del canale di Suez e i porti
duosiciliani avrebbero avuto una posizione strategica, tenuto conto anche del
fatto che gli inglesi avevano dei forti interessi in Sicilia, non ultimi quelli
riguardanti l’estrazione dello zolfo. Marsala sembrava quasi una colonia
inglese, tanto che la popolazione inglese era più numerosa di quella locale.
E fu in quei giorni che Garibaldi ricevette dai massoni inglesi di Edimburgo
del danaro in piastre turche, pari a una somma equivalente a circa 3 milioni di
franchi (che riferito ad oggi avrebbero un valore di molti milioni di dollari).
A quella somma avevano contribuito anche i massoni U.S.A e quelli del Canada.
L’oro venne custodito dal massone Ippolito Nievo e sarebbe servito poi per
«convertire» i generali borbonici alla causa carbonara.
Il 10 aprile a Messina, complice l’intendente traditore Artale, sbarcarono
Rosolino Pilo, Giovanni Corrao e, poco dopo, il massone Francesco Crispi per
«ammorbidire» le reazioni al prossimo sbarco di Garibaldi. I congiurati si
recarono presso i capi della delinquenza locale di Carini, Cinisi, Terrasini,
Montelepre, S. Cippirello, S. Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi, Corleone,
Partinico, Alcamo, Castellammare del Golfo e Trapani. In questi paesi si
accordarono con «i picciotti» perché accorressero spontaneamente a dare
una mano alle camicie rosse dopo lo sbarco. Il 13 aprile vi furono altri moti
insurrezionali nelle campagne palermitane per preparare favorevolmente la
popolazione all’arrivo di Garibaldi.
Il 6 maggio Garibaldi partì con 1.089 avventurieri
(QUI TUTTI I NOMI) da Quarto sui
vapori
Piemonte e Lombardo, concessi dal procuratore della compagnia
di Raffaele Rubattino, il massone G.B. Fauché, affiliato alla loggia «Trionfo
Ligure» di Genova. Le due navi erano state "acquistate" con un regolare atto
segreto stipulato a Torino la sera del 4 maggio alla presenza del notaio
Gioachino Vincenzo Baldioli tra Rubattino, venditore, e Giacomo Medici in
rappresentanza di Garibaldi, acquirente. Garanti del debito furono il re
Vittorio Emanuele II e Camillo Benso conte di Cavour per il successivo
pagamento, come da accordi avvenuti il giorno prima a Modena con Rubattino,
presenti anche l’avvocato Ferdinando Riccardi e il generale Negri di Saint
Front, appartenenti ai servizi segreti piemontesi e che avevano avuto l’incarico
dall’Ufficio dell’Alta Sorveglianza Politica e del Servizio Informazioni del
presidente del Consiglio. La spedizione era, dunque, organizzata consapevolmente
e responsabilmente dal governo piemontese.
(da notare che dopo la conquista della Sicilia, e l'annessione, l'intera
flotta siciliana Florio, fu trasferita a Genova, data a Rubattino; fu così
estinto il debito. Ndr.)
I «mille» provenivano per la metà dal Lombardo-Veneto, poi, in ordine
decrescente, vi erano toscani, parmensi, modenesi, tra costoro vi erano 150
avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60 possidenti. Quasi tutti
stavano scappando da qualcuno o da qualcosa, spinti soltanto dal desiderio di
avventura. Per quanto riguarda le presenze straniere, anche queste spesso
depennate dalla storia ufficiale e dai testi scolastici, inglese era il
colonnello Giovanni Dunn, così come inglesi furono Peard, Forbes, Speeche (il
cui nome Giuseppe Cesare Abba, non potendo sottacere, trasformò nell'italiano
Specchi). Numerosi gli ufficiali ungheresi: Turr, Eber, Erbhardt, Tukory,
Teloky, Magyarody. Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy e Winklen. La legione ungherese
divenne preziosa per l'occupazione della Sicilia e per tante battaglie. La
"forza" dei "volontari" polacchi aveva due ufficiali superiori di spicco:
Milbitz e Lauge. Fra i turchi spicca Kadir Bey. Fra i bavaresi ed i tedeschi di
varia provenienza si deve ricordare Wolff, al quale fu affidato il comando dei
disertori tedeschi e svizzeri, già al servizio dei Borbone.
Il giorno 7 Garibaldi arrivò nel porto di Talamone, vicino Orbetello, dove
venne rifornito dalle truppe piemontesi, comandate dal maggiore Giorgini, di 4
cannoni, fucili e centomila proiettili. Sbarcarono anche 230 uomini, comandati
da Zambianchi, con il compito di promuovere una sommossa negli Abruzzi, ma
subito dopo Orvieto, a Grotte di Castro, furono messi in fuga dai decisi
gendarmi papalini. L’8 maggio Garibaldi fu costretto a ordinare che tutti
rimanessero a bordo, dopo gli episodi di saccheggi e violenze che i garibaldini
avevano fatto in Talamone. Successivamente, dopo aver imbarcato circa 2.000
«disertori» piemontesi, carbone e altre armi a Orbetello, scortato dalle navi
piemontesi, ripartì il 9 maggio e sbarcò a Marsala il giorno 11.
Le due navi garibaldine furono avvistate con «ritardo» dalle navi
borboniche. Erano in servizio in quelle acque la pirocorvetta Stromboli,
il brigantino
Valoroso, la fregata a vela Partenope ed il vapore armato
Capri. Avvistarono i garibaldini la Stromboli e il Capri.
Quest’ultima era comandata dal capitano Marino Caracciolo che, volutamente,
senza impedire lo sbarco, aspettò le evoluzioni delle cannoniere inglesi
Argus (comandata dal capitano Winnington-Inghram) e Intrepid
(comandata dal capitano Marryat), che erano in quel porto per proteggere i
garibaldini. Solo dopo due ore il Lombardo, ormai vuoto, venne affondato
a cannonate, mentre il Piemonte, arenato per permettere più velocemente
lo sbarco, venne catturato e rimorchiato inutilmente a Napoli.
La nostra narrazione termina qui, perché il resto della storia è noto e la
figura di Garibaldi, a questo punto, è abbastanza evidente. Senza entrare nei
dettagli, del resto già descritti nei precedenti numeri di Nazione
Napoletana, è necessario ricordare le false vittorie di Garibaldi in
Sicilia
(dovute più ai tradimenti dei comandanti militari borbonici che all’eroismo
garibaldino), le violenze, le rapine e gli assassini commessi dai garibaldini,
soprattutto emblematici quelli di Bronte, di cui il Garibaldi fu il principale
responsabile. Da ricordare anche lo sbarco avvenuto in Sicilia, subito dopo
quello dei «mille», di circa 22.000 soldati piemontesi fatti «disertare» e che
l’unica vera battaglia fatta dai garibaldini fu quella sul Volturno, dove solo
l’insipienza del comandante borbonico impedì che tutta quella teppaglia fosse
spazzata via.
Del resto lo stesso savoiardo
Vittorio Emanuele, subito dopo il presunto incontro di Teano, indica chiaramente
qual era il personaggio, quando scrisse (in francese) al Cavour : «...
come avrete visto, ho liquidato
rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo,
questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e
come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova
l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio
l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a
lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha
piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa".
E in ogni angolo delle Due Sicilie gli hanno fatto monumenti, dedicate
piazze e strade ...
|