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CARLO CATTANEO

1801- 1869

Carlo Cattaneo

 

Carlo Cattaneo pensava che un partito federalista non avrebbe dato il federalismo dall'Italia. Il federalismo non poteva essere il programma di un solo partito politico, ma avrebbe dovuto essere il comune sentire della gente. Il federalismo sarebbe dovuto partire dal basso, da un patto de popolo.

Ognuno deve essere convinto che l'unica soluzione per avere sia la liberta' sia l'indipendenza e' il federalismo.

Il federalismo di Cattaneo non e' un federalismo economico, o almeno non prima di tutto: il fatto di tenersi i propri soldi e' piu' che altro una conseguenza del federalismo cattaneano, che e' soprattutto federalismo di diritto.

Il Comune e' un fatto naturale, cosi' come la famiglia, quindi viene naturale pensare che la cellula fondamentale di governo, la' dove il singolo individuo puo' esprimere liberamente il proprio essere e' il Comune ed ivi e' dunque giusto che tutto venga deciso e fatto.

Il pensiero di Cattaneo si eleva a livelli difficili da comprendere pienamente per il cittadino italiano del giorno d'oggi, cosi' come per i suoi contemporanei. Il discorso di Cattaneo e' molto difficile da capire, perche' molto complesso, ed e' difficile da commentare senza fare errori. Cattaneo e' uomo dal pensiero lineare, scientifico. Uno scritto di Cattaneo cosi' come un teorema matematico va letto senza saltare passaggi: ogni frase e' parte del teorema ed e' necessaria per capire cio' che intende Cattaneo. Egli non ha mai avuto eccessi incongruenze nel suo pensiero.

Cattaneo pensava che l'istruzione fosse una delle tante cose fondamentali che mancavano nel suo tempo e mancano tutt'ora soprattutto fra i nostri politici.

Il Suo non e' un pensiero ideologico. Cattaneo e' convinto che tutto possa essere discusso e risolto scientificamente attraverso il lume della ragione.

Secondo me bisogna imparare a pensare limpidamente e razionalmente come Cattaneo, e per farlo l'unico modo e' leggere Cattaneo.

Per chi si appresta ad una lettura di Cattaneo restera' sconvolto dalla quantita' di articoli, riviste e libri che scrisse. Manca un'opera generale che contenga tutto il pensiero di Cattaneo, ma secondo me e' meglio sia cosi': l'importante e' il modo di pensare, non bisogna leggerlo come un testo filosofico, Cattaneo non scriveva verita' rivelate, ma usava come mezzo la ragione, che e' proprio cio' che dovremmo imparare ad utilizzare anche noi leggendo dai suoi scritti.

Egli dice che il principio della filosofia si deve basare sul dato reale. La realta' va interpretata dalla ragione ed i problemi vanno risolti in un certo modo non perche' lo dice il Cattaneo, ma proprio perche' quella della ragione e' la soluzione corretta per raggiungere sia la liberta' sia l'indipendenza.

IN SVIZZERA

La Svizzera Italiana irrompe nella vita di Carlo Cattaneo fin dal 1815, quando il giovane
leventinese Stefano Franscini (di quasi cinque anni maggiore) lo raggiunge
al Seminario Arcivescovile di Milano: compagni di studi, si legano di profonda amicizia
(che il Cattaneo rievoca nel luglio 1857,nel Ricordo milanese di Stefano Franscini
del luglio 1857).

Gettate le tonache, il Cattaneo nel 1817,l'altro l'anno dopo, si ritrovano, affamati di
leggere e di sapere, all'Ambrosiana e alla Libreria del Museo Numismatico di Brera,
dove s'aprono loro i locali, gli scaffali e i testi degli Illuministi lombardi. Come per
miracolo: le loro intelligenti volontà hanno conquistato i dotti bibliotecari, cugini del
Cattaneo.
«Nell'autunno del 1821» Cattaneo persuade Franscini, «volendo egli rivedere la sua
valle nativa», ad accompagnarlo a Zurigo,dove un suo fratello fa pratica di commercio:
per entrambi, una sorta di Grand Tour all’inverso. Quello classico scarrozzava giovani
gentiluomini e futuri mercanti dalle più forti e floride nazioni indipendenti del
Nord d’Europa (Francia, Olanda, Regno Unito, Svezia, Russia) all’Italia, in un iter
educativo a scoprire il legame quasi religioso tra il bello e il buono; a piedi, dalla
Lombardia alla Mitteleuropa, quello dei due giovani subalpini, come a scrutare se la
felicità e il benessere nel nord-est dell’altipiano svizzero, dedito ai commerci, fossero
leggenda o realtà e se non vi fosse una qualche interdipendenza tra essi e la maggior
libertà borghese illuminata di cui quelle plaghe fruivano.
L’effetto non mancò: pochi anni dopo, i due divorarono la Istoria della Svizzera pel
popolo Svizzero di Enrico Zschokke, un libro portato al ritorno dal fratello del
Cattaneo; se ne innamorarono e vollero tradurlo: «Me ne invaghii, e ne tradussi in
italiano la prima metà», scriverà il Cattaneo, ed esso non meno «operò sull'immaginazione » del Franscini, che tradusse l'altra.
Un bagno, insomma, per il Cattaneo, alle origini del federalismo e dell’avverarsi d'incredibili miraggi di sviluppo, da toccar con mano nelle regioni più progredite dell’antica Lega Elvetica; per il Franscini anche uno stringimento, pensando allo stato della sua Valle, ma una promessa a sé stesso e molte speranze. L’effetto del viaggio e dell'entusiasmo liberale di Zschokke non paiono estranei all’incoraggiamento del Cattaneo all'amico, in quegli anni, a tornare in Patria per la sua vera missione: «Io gli ripeteva spesso che in Milano egli era superfluo,mentre nel suo paese poteva essere
necessario».
Nel 1824 Franscini lascia la scuola di Milano per Bodio; morta di tisi la sorella,
deve prender cura dei genitori e della propria salute. Vorrebbe anche, confesserà poi,
entrare in Gran Consiglio per rappresentarvi il popolo. Nel 1826 è chiamato a
Lugano, a dirigere una scuola di mutuo insegnamento: coopera con lui la sposa
(una Massari milanese, il cui fratello, letterato,
è docente e collega del Cattaneo) e in una vicina scuola analoga una di lei sorella.
Franscini insegna, pubblica testi scolastici, è segretario della Società ticinese d'utilitàpubblica, fondata nel 1829-1830 dall'abate liberale Vincenzo D'Alberti.
Frequenta la casa Ruggia, sede della prima  tipografia risorgimentale del Ticino; il
patriota Giuseppe Vanelli l’aveva fondata dopo ch'era stato cacciato dalla direzione
della “Gazzetta di Lugano” per averle impresso una linea democratica e antiasburgica
sgradita alla polizia lombardo-veneta; s’era poi associato il farmacista Giuseppe Ruggia,
altro patriota che per finire la rilevò. Con Ruggia e vari coraggiosi politici radicali,
Pietro Peri, Giacomo Luvini-Perseghini, Carlo Battaglini, Giovan Battista Pioda,
Carlo Lavizzari e altri, Franscini propugna la riforma liberale della Costituzione cantonale,contro il regime autoritario del Landamano Quadri.
In due suoi opuscoli, stampati a Zurigo e diffusi anonimi a spese di amici al Ticino
intero, capovolge la pubblica opinione: il Gran Consiglio adotta la riforma nel giugno,
il popolo il 4 luglio 1830; è la prima costituzione “rigenerata” d'Europa. Eletto
Segretario di Stato, Franscini collabora ai giornali del Ruggia e s’impegna per riformare
lo Stato, la pubblica amministrazione, dar corpo alla scuola pubblica, già prevista
ma mai attuata. Nell’Europa quasi ovunque privata di libertà e democrazia, la Svizzera era già per sua natura un’oasi; nel Ticino, la nuova Costituzione, più liberale, facilita l'accorrere specie dall’Italia, a ondate, a ogni fallito moto rivoluzionario, di profughi, pieni di speranza e spronati ad aiutare il Ticino a mantenersi libero, la sua giovando all'altrui libertà. Tra gli esuli del 1820/1830 il generale de Meester e i fratelli Giacomo e
Filippo Ciani, d’antica origine ticinese: a Milano s'erano votati alla causa “libertà o
morte” da quando l'Asburgo, ricordatagli nel 1814 da Giacomo, con Porro e Confalonieri, la promessa di garanzie costituzionali ai Lombardi, se l'era rimangiata forte
del diritto di conquista. Implicati nella congiura carbonara del 1821 valsa ad altri
lo Spielberg, i due fratelli avevano potuto lasciare Milano per Parigi e poi Londra,
esuli col fior fiore d'Italia (Berchet, Santarosa,Gabriele Rossetti, Giannone, Porro,
Arrivabene, Ugoni, Angeloni) nel cottage in Turnham Green di Lady Heli Woodcock,
promotrice del Comitato di accoglienza dei profughi italiani, madre di Ann, che fu poi
moglie di Cattaneo. I Ciani diedero alla causa forze e mezzi,armi e sostegni; finanziarono fortemente (oltre quegli opuscoli del Franscini) la Ruggia: quando cessò, ne rilevarono in parte gli impianti per creare la “Tipografia della Svizzera Italiana”. Mentre Cattaneo - per lucidità e serietà d’analisi, multidisciplinarità degli interessi ,molteplicità delle conoscenze, capacità critica acuita dalla perspicacia del giurista,forza dell’argomentare e potenza intellettuale - cresce in Lombardia a gran fama di studioso, storico, filosofo, pubblicista, avvocato delle idee e delle cause più moderne, Franscini s'apre la strada, più faticosa nelle povere aspre contrade ma non meno feconda, di scrittore, autore scolastico, statistico, politico. Con La Svizzera Italiana, grandiosa opera del 1837, precorre Le notizie naturali e civili su la Lombardia, pubblicate dal Cattaneo nel 1844, come se tra i due - o da una comune fonte - corresse un fluido
arcano. Cattaneo non perde di vista l’amico, certo ne segue le alte e alterne fortune
politiche: lo ritrova nel 1829 a Serocca d'Agno, nella villa del comune amico ticinese
(partecipe del moto piemontese del 1821) Giuseppe Filippo Lepori, da lui conosciuto
studente a Milano e a Pavia e allora presentato al Franscini: «l'argomento dei loro discorsi - scriverà - era la riforma politica del Cantone, la quale credevasi allora
interdetta dalli atti del Congresso di Vienna. Franscini scriveva, credo in quei
giorni, un opuscolo che rimovendo quella falsa opinione aperse nuovi destini alla sua
patria, un largo cerchio d'amicizie politiche e una carriera che nessuno avrebbe
predetto alla sua gioventù». Nel 1834 Cattaneo pubblica e appoggia,
negli “Annali”, il fransciniano Appello per una generale sottoscrizione a favore delle
scuole pubbliche del Cantone Ticino: segue le involuzioni che minacciano le conquiste
della riforma del 1830 e muovono la rivoluzione liberale del 1839, che non sarà l’ultima.
Certo il Franscini scopre al Cattaneo le radici profonde dell’amore di libertà dei
Ticinesi: le antiche tradizioni vallerane (forma più maschia che l'italiano regionale
del Ticino preferisce all’italico “valligiano”) e montanare, tramandate nelle Vicinie d’origine immemorabile; l’abitudine, in tre  secoli di duro protettorato dei Cantoni
sovrani, alla disciplina e all’autodisciplina nel reggere le autonomie statutarie locali;
il fiero distacco mostrato dai Protestanti locarnesi alla partenza per l'esilio; gli spazi
di libertà spirituale aperti dalla presenza a Lugano d’una Scuola dei Padri Somaschi e
più ancora d’una stamperia degli Agnelli milanesi, fucina di pubblicazioni antigesuitiche,
poi filogianseniste, filoenciclopediche e democratiche non ammesse o gradite
a Milano. Donde il fiorire a Lugano, sul finire del Settecento, secondo cronache del
tempo, di ben cinque Club, non estranei, nel febbraio del 1798 (respinta dai volontari
luganesi l’invasione di Cisalpini e di giovani patrioti della città), al proclama dei
Luganesi di volere essere “liberi e svizzeri”. Libertà che qualche Cantone sovrano saluta
e si attua, il mese successivo, nella Repubblica Elvetica, imposta dagli invasori
Francesi. Avversata per il suo centralismo nella Svizzera Centrale, trova divisi i Luganesi:  favorevoli alcuni Club; fortemente contrari i reazionari e i campagnoli che, l’anno successivo, all’avvicinarsi dell’armata austrorussa del generale Suvarov, invadono a turbe la città, mettono a sacco la stamperia, cui fan colpa del contagio rivoluzionario, uccidono l'abate G. B. Vanelli che la dirigeva e due rappresentanti delle nuove autorità repubblicane. Ma le idee rimangono: nel 1815, un pronunciamento,
vera rivoluzione liberale, rifiuta l’illiberale costituzione imposta;
l’intervento federale reprime il moto, non l’amore di libertà che continua a infiammare
Giuseppe Vanelli, il suo giornale, la sua stamperia, poi il Ruggia, i Radicali, il
Franscini, la Riforma del 1830. Questi fatti, ben noti al Cattaneo per le
amicizie, le relazioni e il flusso d'ininterrotte informazioni, tornano certo alla
mente del Cattaneo, intrecciandosi con ira e delusione per il naufragare dell'epopea
delle Cinque Giornate nell'ingloriosa riconsegna di Milano da Carlo Alberto agli
Austriaci, mentre accompagna a Lugano la moglie malata e corre a Parigi, ove cerca -
forte d'autorevoli credenziali e d’una rovente analisi delle Cinque Giornate, chiara
in mente ma faticosa da stendere - di  guadagnare i Francesi all’idea d’un intervento
militare in Lombardia. Lugano poteva  apparire perciò la sua meta naturale,
dopo quella missione, per stabilirvisi. Ma le sue molte lettere alla moglie da
Parigi proclamano la volontà di proseguire per l’Inghilterra; un po’ perché mal sopporta
di ritrovarsi a Lugano tra molti esuli cui fa colpa d’avere commesso a Carlo Alberto
le sorti lombarde, un po’ per la cagionevole salute della moglie.
La Francia non è però matura per un intervento:
la missione parigina di Cattaneo
cade nel vuoto. Il 30 ottobre 1848 torna a
Lugano: vi rimarrà, esule a vita. Come mai,
dopo quei ripetuti dinieghi? Pur in uomo di
carattere (testardo, diceva la moglie; timido
e orgoglioso, scriverà Romeo Manzoni)
il cambiar parere non dovrebbe stupire in
quei tempi volubili: in cinque decenni, più
volte e di repente s'altera il quadro europeo,
francese e lombardo, mutevoli anche
le scelte di Cattaneo, dal seminario allo
studio laico, dal rifiuto d’ogni parteggiare e
d’ogni coinvolgimento in congiure e moti
al “diavolezzo” (come lo chiamerà) delle
Cinque Giornate, dal rifiuto della politica
all’esserne investito e risucchiato.
Il mutato avviso potrebbe risalire ad Ann, o
- secondo gli storici - al clima prealpino, a
lei più confacente; o alla rinata speranza di
potere, dalle libere rive alle schiave, dalla
riva luganese del Ceresio all'opposta, spronare
a libertà. Col concreto aiuto d'amici
veri, italiani e svizzeri, raccolti a Lugano.
In Svizzera, i Radicali avevano appena
debellato il Sonderbund, lega separatista
dei Cantoni cattolici e ottenuto, con
paziente opera di mediazione tra il loro
centralismo e il federalismo dei Conservatori,
una nuova Costituzione.
Dall’antica Lega di liberi Cantoni sorgeva
lo Stato federativo: garantiti nella Carta
Costituzionale diritti politici e libertà individuali;
comuni l'esercito, la politica di
sicurezza, il Governo: ora un Governo vero,
il Consiglio Federale (non più un'impotente
Commissione di dignitari dei Cantoni
com'era la Dieta), la cui elezione era prevista
per il 16 novembre e includeva il
Franscini. Che doveva perciò lasciare il
Ticino per Berna e, al bivio, provava un
forte disagio; così remota Berna per lui e
per i fidi consiglieri, che non potevano
seguirlo; solo tra colleghi d'altra lingua; e
poi soprattutto un gran senso di colpa nel
lasciare il Ticino, nel venir meno alla promessa
e all'immane compito di farne uno
Stato moderno, alla funzione di primo
attore e generale ispiratore - storico, filosofo,
politico, scienziato, economista, statistico
- del Radicalismo ticinese. A chi affidarla?
La risposta pare evidente.
Certo è che Cattaneo (ospite temporaneo in
casa Franscini) rivide a Lugano l'amico
prima della prevista elezione e solo il 16
dicembre successivo si decise a chiedere il
permesso di dimora nella Casa Morosini in
Via Pretorio a Lugano.
Come non arguire la ragione vera del
mutato parere? Con l’intuito e la visione
profetica dello storico poteva egli non aver
inteso il disagio dell’amico, poteva non
sentire rivolgerglisi contro l'incitamento
con cui, da Milano, l'aveva spinto a tornare
in Patria; poteva ora venir meno alla missione
che l’amico e il destino parevano
restituirgli? Certo, mancano carte a comprova:
ma come far prova d’una missione
assunta istintivamente o intuitivamente o
(se espressamente concordata) destinata a
rimanere segreta, perché d'uno straniero
faceva l'alter ego del più alto magistrato
federale?
Non che il Cattaneo potesse dispiacere ai
Radicali svizzeri di allora, ancorché meno
focosi di quelli ticinesi. Ai Giacobini preferiva
l’Illuminismo prerivoluzionario, «mirabile
[…] fermento che [nel Settecento] si
vedeva nelle nazioni», e aggiungeva: «È un
fatto ignoto all'Europa, ma è pur vero:
mentre la Francia s'inebbriava indarno dei
nuovi pensieri, e annunciava all'Europa
un'era nuova, che poi non riusciva a compiere
se non attraverso al più sanguinoso
sovvertimento, l'umile Milano cominciava
un quarto stadio di progresso, confidata a
un consesso di magistrati, ch'erano al
tempo stesso una scuola di pensatori:
Pompeo Neri, Rinaldo Carli, Cesare Beccaria,
Pietro Verri non sono nomi egualmente
noti all'Europa, ma tutti egualmente
sacri nella memoria dei cittadini».
Non ci pare quindi lontana dal vero l'ipotesi
che a convincere il Cattaneo a rimanere
vi sia proprio anche la missione che dalle
spalle del Franscini, su cui aveva contribuito
a porla, ritorna alle sue e il sostegno
decisivo di Giacomo Luvini Perseghini, capo
militare e uomo forte del Radicalismo
ticinese. Un'alta missione, senza onori,
cariche, autorità: che renderebbe più plausibile
la protezione di cui il Cattaneo fruì in
Svizzera e nel Ticino malgrado la sua posizione
fortemente antiaustriaca di scrittore
e di capo spirituale dei Radical-democratici
d'Italia. Cattaneo dunque restò: né lo allettarono
altrove cariche, compiti, cattedre,
parlamenti.
Il giovane Cantone Ticino proseguiva tra
mille difficoltà nel compito (che doveva
affascinare il Cattaneo in sé e per il legame
alla causa risorgimentale) dell‘incivilimento
per consolidarsi e per ridurre il divario
dai Cantoni d’Oltralpe, più saldi per economia
e secolare autogoverno. In realtà, quella
di Cattaneo fu, nella storia della giovane
repubblica, una forte presenza, tale da farlo
accogliere cittadino onorario nel 1858:
fiero d'esserlo quando l’Italia doveva ancora
nascere.
Se veramente il Franscini aveva nutrito il
disegno d'avere in lui il continuatore d'una
comune opera, Cattaneo vi corrispose pienamente,
senza peraltro perdere alcunché
del suo impegno e valore di scrittore, economista,
storico e filosofo.
Pur continuando ad occuparsi attivamente,
dal Ticino, delle lotte risorgimentali, Cattaneo entrò subito pienamente nella realtà e
nei problemi della Svizzera Italiana.
Preziose per Franscini a Berna la sua ispirazione
e la sua collaborazione; entrambi
cooperano nell'affrontare con rigore il problema
universitario svizzero, insieme sviluppano
le idee del Messaggio per la creazione
del Politecnico federale, propugnata
instancabilmente da Franscini.
Per lui Cattaneo elabora il concetto
dell’Università federale e il primo sfortunato
messaggio per la federazione e il coordinamento
didattico delle università esistenti;
idee comuni a entrambi, fortemente
anticipatrici, perseguite con fondamento e
metodo scientifici e aperture interdisciplinari:
Franscini influirà perciò in profondità
sull’ardito sviluppo delle scienze nella
Confederazione tra Otto e Novecento.
Come Franscini, anche Cattaneo perora, a
lunga scadenza, l'Accademia ticinese: nel
Ticino, ha incarichi dai Consiglieri di
Stato, dalla Scuola, dai responsabili dell’amministrazione
nel Cantone e nelle
Città, da insegnanti, Presidenti di Mutue,
politici. Filippo Ciani, Consigliere di Stato,
gli affida il progetto di riforma dell’insegnamento
superiore nel Cantone. Le sue
idee animano la legge del 1852 sul riordinamento
degli studi; promuove la scuola
laica, compenetrandovi contenuti umanistici,
scientifici e tecnici.
Non solo attende all’ordinamento e ai programmi
del nuovo Liceo Cantonale, dopo la
secolarizzazione dei Conventi, ma è anche
nella Commissione che prepara le nomine
dei docenti. Rifiuta invece la direzione del
Liceo, compito d'un Ticinese: sua la prolusione
d’apertura, alta dichiarazione programmatica.
Per oltre dodici anni tiene la
cattedra di filosofia. Da Vico, Locke, Romagnosi,
sviluppa la sua filosofia come somma
delle scoperte di tutte le scienze, scienza
delle scienze aperta a continua evoluzione;
fondamento ne è il pensiero umano, affrancato
da vincoli metafisici e teologici, capace
di avvicinare la verità attraverso la
ragione, l’intuito, la verifica sperimentale o
deduttiva, il confronto, la contrapposizione,
gli strumenti della libera indagine usati
con rigore metodologico. Incoraggia le giovani
generazioni ticinesi a formarsi per i
tempi nuovi, a servire la causa della verità
e del progresso attraverso la scienza e una
forte coscienza morale.
In opere successive riprenderà, completerà
ed estenderà il suo fondamentale Corso di
filosofia, disciplina che intenderà sempre
come sistema aperto. Indaga sui progressi
operati dalle menti associate, scopre il
valore economico del pensiero, della promozione
e dell’intraprendenza economiche,
delle conquiste intellettuali, quasi
anticipando il moderno concetto di diritti
immateriali.
Significativo il suo metodo d’analisi: nelle
scienze, in filosofia, nella storia, nell’affrontare
problemi politici economici e giuridici,
stringe i problemi all’essenza; la
enuclea con una procedura di riduzione
che ricorda per qualche verso il marxismo,
per altro la fenomenologia, alieno però da
considerazioni di classe o di sopraffazione;
prelude al positivismo, privo però d’ogni
retorica, a un criticismo empirico che
rifiuta tanto le certezze metafisiche quanto
il nichilismo; ammette il dubbio come
strumento, non come risultato.
Certo, la sua franchezza laica e anticlericale
spiace ai conservatori; nel clero ha violenti
detrattori; dalla metà degli anni
Cinquanta il Credente cattolico avversa
dichiaratamente e con violenza il suo insegnamento.
Per comprendere fino in fondo il suo anticlericalismo,
non si deve perder di vista che
obiettivo della sua sferza non è né la dottrina
della Bibbia, né la persona del prete;
bensì da un lato il clericalismo quando non
difende il divino ma privilegi terreni e utilizza
il divino a fini materiali e politici,
quasi una forma di simonia all’inverso; dall’altro
certi prelati che potevano apparire
infiltrati nel clero lombardo dall’Austria a
fini non proprio religiosi.
D’altronde, sono gli scritti dei filosofi della
tempra del Cattaneo che hanno contribuito
alla catarsi, un secolo dopo, del Cattolicesimo,
con il riconoscimento della libertà
di pensiero. Non la Chiesa come tale, ma il
contributo di certo clericalismo e di nuovi
dogmi alla negazione di libertà fondamentali
e la conseguente involuzione antimoderna
della Chiesa nel secolo XIX animarono
quella polemica anticlericale e la sua
alta espressione in Cattaneo.
Oltre alla scuola, Cattaneo collabora a ogni
livello anche in molti altri settori, come
esperto, a progetti di leggi, ordinanze e misure
esecutive, a prendere e sostenere iniziative
per grandi opere di progresso tecnico,
scientifico, agricolo, industriale, commerciale,
ferroviario. Suo il progetto di legge
sulle miniere, per consentirne lo sfruttamento
favorendo il parallelo impianto di
macchinari e d’industrie.
Avvia idee, studi e progetti per la bonifica
del piano di Magadino, un’opera immane,
che concepisce forte dell’esperienza delle
antichissime opere idriche e di bonifica
lombarde all'origine della ricchezza agricola
padana; vede nella zona enormi potenzialità
e concepisce perciò una vera e propria
nuova sistemazione del territorio, con
l’incanalamento del Ticino, lo sviluppo viario
e ferroviario, la bonifica delle paludi,
per incrementare il reddito agricolo e
ridurre la dipendenza dalle importazioni,
controllate dall'Austria.
Un’opera di tale mole richiede la partecipazione
di capitali, imprese e esperienze lombardi;
ma proprio tali interventi, la mole
dei lavori e degli interessi toccati faranno
cadere il progetto; ripreso poi, morto
Cattaneo, dal Governo liberal-conservatore,
avviato a fatica e compiuto assai più tardi.
Appassionato già dagli anni milanesi alla
progettazione e costruzione di strade ferrate,
Cattaneo si preoccupa di come estenderle
alla Svizzera Italiana, di stabilire e far
accettare ai vari Stati e organizzazioni economiche
interessati i tracciati più idonei.
Ammira la concezione del Ponte-diga di
Melide, che ha piegato la natura ai bisogni
dei luoghi e segue perciò da vicino il progettista
dell'opera, l’ingegnere Pasquale
Lucchini, specie i suoi rapporti e progetti
in materia ferroviaria; ad essi farà capo per
i suoi studi sul traforo ferroviario alpino;
alle lodi che gli vengono rivolte per la scelta
del tracciato del Gottardo, non manca
mai di riconoscere i meriti del Lucchini
(che sarà poi ideatore delle gallerie elicoidali
per superare importanti dislivelli).
Inizialmente gli esperti svizzeri e stranieri
preferiscono al Gottardo, per il grande
traforo alpino, il Lucomagno, lo Spluga o
persino qualche altro passo secondario.
Cattaneo e Lucchini, convinti che la
variante Gottardo costi meno e renda di
più, serva zone aperte allo sviluppo e consenta
di meglio rifornire la Germania a
distanza dall’Austria e dalle sue pressioni
politiche e militari, proiettano la loro fiducia
in quantità di scritti, progetti, relazioni,
in innumerevoli contatti per convincere
avversari e dubbiosi. A questo indefesso
operare la Svizzera Italiana deve il trionfo
del tracciato del Gottardo, cui finalmente
anche l'Italia aderisce, vivente Cattaneo, il
quale non vedrà l'accordo fra tutti i confinanti,
concluso poco dopo.
Nel secolo del Cattaneo non bastava però lo
studio d'un pur ottimo progetto: tecnica e
intermediazione finanziaria non erano ai
livelli odierni. Gran parte dell’opera, non
meno ardua, consisteva nel formare un
gruppo con le capacità tecniche e le relazioni
finanziarie occorrenti per garantire la
realizzazione. Una sfida che interessa Cattaneo,
come a testare la bontà dei suoi progetti
e insieme delle sue visioni tecnico-economiche.
Come già in Lombardia per le ferrovie,
i combustibili, il Monte sete, l'agricoltura,
anche in esilio Cattaneo promuove
iniziative anticipatrici, perlopiù sfortunate.
Per esse, o per cattivi investimenti del fratello,
deve colmare anche gravose perdite.
Il bisogno di fondi perciò può aver contribuito
a creargli quella fama d’ingordo che
Giovan Battista Pioda riporta in una infelice
lettera al fratello Luigi dopo il noto
diverbio col Cattaneo: in un rapporto
all'autorità federale dell’ottobre 1865, il
Consigliere di Stato Luigi Pioda diffidava
dell'affidabilità d'un rappresentante d’una
compagnia (sostenuta dal Cattaneo) che
ambiva all’appalto dell’opera ferroviaria.
Cattaneo, di parere opposto, affrontò il
Pioda al Caffé Terreni (ora Olimpia) di
Lugano, e lo tacciò di mendacio; l'altro
ribatté che lui, come insegnante, era suo
dipendente; Cattaneo diede lì per lì le
dimissioni dalla cattedra e non se ne lasciò
dissuadere nemmeno dall'amico Lavizzari.
L'episodio cela forse un raffreddamento dei
rapporti tra i capi radicali superstiti e il
Cattaneo, di cui censuravano le relazioni
con due deputati dell'opposizione liberalconservatrice,
Polar e Lurati, ferventi gottardisti,
e con il Consorzio che essi sostenevano
per l’opera del Gottardo. La critica,
in realtà, trascura che mai il Cattaneo, pur
avendo per così dire ereditato dal Franscini
la parte d'agitatore d'idee e ispiratore dei
Radicali, era stato partitante: la sua ostilità
non coinvolgeva tutti i Conservatori, ma i
Clericali; mentre proprio Polar e Lurati
passavano per liberali in economia e non
clericali, da veri liberalconservatori, così
che l'atteggiamento del Cattaneo non era
censurabile.
Anche qui par d'avvertire un parallelo col
Franscini, amareggiato, negli ultimi anni
di Consiglio federale, dal distacco dei suoi
Radicali ticinesi e da certe loro decisioni
poco liberali. Comunque, per tornare a
quel rimprovero d'ingordigia, la realtà, che
vede il Cattaneo vivere modestamente e
morire povero, non par proprio sorreggerlo.
Forse gli onorari meritati per qualche
parere, ancorché impari alle consuetudini
internazionali per uno fra i maggiori consulenti
economico-giuridici del tempo,
apparivano vistosi in una terra di povere
vallate.
Anche a Lugano, che dopo i moti milanesi
subisce angherie e blocchi dal Lombardo-
Veneto, il Cattaneo è attivissimo per la
causa d'Italia. Nella stamperia dei Ciani, la
Tipografia della Svizzera Italiana, pubblica
L'Insurrezione di Milano. Entra poi in collaborazione
con la Tipografia Elvetica di
Capolago, fondata nel 1830 da Moderati,
passata a Radicali e divenuta stamperia
risorgimentale d'importanza capitale.
All'arrivo del Cattaneo, il radicale Repetti
s'è assicurato tutte le azioni della tipografia.
Cattaneo, secondo il Caddeo, le s’avvicina
«verso l'aprile o il maggio del 1849» col
«progetto dell'Archivio Triennale», poi
della raccolta Documenti della guerra
santa d'Italia, apparsa tra il luglio 1849 e il
1851, quindi dei tre volumi Carte segrete
ed atti ufficiali della polizia austriaca.
La stamperia pubblica anche molte opere
d'interesse politico o dirette all'incivilimento.
Subisce (soffiata o tradimento) l’arresto
e la condanna a morte del Dottesio e
la violenta divisione tra gli esuli per il dissidio
tra Unitari e Federalisti. Si diradano i
collaboratori e sostenitori, si riducono ai
soli Federalisti puri, Cattaneo, Ferrari e
pochi altri. Ironia della sorte, gli Austriaci
la considerano invece un covo mazziniano.
Insistono perché Berna faccia rispettare il
principio di diritto internazionale per cui
chi gode dell'asilo deve astenersi da ingerenze
in affari d'altri Stati.
Il Governo ticinese cerca di resistere, ma
col blocco del 1852, il Lombardo-Veneto
espelle quasi seimila Ticinesi. Cresce la
pressione sul Governo federale, sul
Consiglio di Stato, sugli esuli.
Molti di loro s'impegnano a rispettare la
neutralità, altri rifiutano, si tengono
nascosti, se trovati vengono espulsi; non il
Cattaneo, che continua a operare apertamente.
Nella primavera del 1853, per far
cessare le angherie contro il Cantone, il
Repetti accetta la chiusura dell'Elvetica;
Cattaneo resiste, cerca di ridarle vita, fa
stampare il terzo volume dell’Archivio,
continua a scrivere per l’Italia. Ma anch'egli
si concentra ormai sempre più nelle
attività d’insegnante, di consigliere, di studioso.
Collabora a giornali locali (soprattutto
alla “Gazzetta Ticinese”), a giornali e
riviste italiani.
Poi la situazione in Lombardia e in tutta
Italia si distende: a fine 1859 Cattaneo
riprende, con la seconda serie, l'edizione
del “Politecnico”. Negli ultimi, importanti
saggi, il suo pensiero è così anticipatore,
democratico e insieme elitario, da non fare
i proseliti che meriterebbe.
Il suo pubblico - come forse già quello degli
allievi delle sue lezioni di filosofia al Liceo
- non ne è forse sempre all'altezza. Manca
al Cattaneo, nel Ticino, la cattedra universitaria
con generazioni d’allievi capaci d'intendere,
amplificare e diffondere il suo
pensiero, rimasto perlopiù un'alta voce isolata.
Ma la sua lezione torna attuale in
tempi difficili.
Lo è oggi, per le sue intuizioni interdisciplinari,
la ricerca di spiegazioni a eventi e
situazioni attuali anche nella geologia, nell’antropologia,
nell’archeologia, nella storia
dei popoli, del pensiero e dei linguaggi;
per la coscienza dell'attenzione che scienze,
arte, tecnica, economia e sistemazione
del territorio si devono reciprocamente;
per la sua apertura al progresso delle scienze
e della tecnica; lo è in economia per
avere, tra i primi, colto l'importanza futura,
anche pecuniaria, delle idee, delle
invenzioni, della comunicazione, della funzione imprenditoriale, delle scoperte; lo è
per la convinzione della libertà della scienza e della ricerca ma anche della necessità
di coniugarle con la tecnica; lo è, nelle scienze sociali, per aver avvertito le peculiarità
e il valore dell'operare delle menti associate e però insieme del salto di qualità
che viene dai geni, che con il pensiero e con le opere segnano le vie del futuro. Lo è,
nello scrivere, per la potenza e l'incisività del linguaggio, delle immagini, delle
descrizioni, per la loro forza interiore,senza retorica. Lo è, nella politica, per la
sua concezione liberale, laica, poco partitante e per aver inteso il pericolo del fanatismo;
per la sua naturale concezione d'un federalismo che dal basso cresce verso l'alto
in un bisogno d'unità nella diversità che dalla Città sale alla regione, alla Nazione,
all'Europa.
Tutti aspetti che rendono ancora oggi importante la conoscenza delle sue opere.
Più diffuse in passato, più note all'estero, avrebbero forse potuto cooperare a dar più
forza, nella prima metà del secolo scorso,in Italia e in Europa, alla “politica della
ragione” atta a contenere gli eccessi delle ideologie, dei nazionalismi, dei razzismi
che hanno così drammaticamente scosso il secolo XX. Il bicentenario della nascita del
Cattaneo ha avviato e in parte già varato una serie imponente d'opere sue o su di lui
che meritano lettura e meditazione. Se i tempi fuggitivi e frettolosi in cui viviamo
sapranno meglio intendere il suo retaggio spirituale, le intense celebrazioni del
Bicentenario non saranno state vane: il viaggio a ritroso nel tempo, all'incontro
con il Cattaneo, potrebbe rivelarsi un viaggio nel futuro; un Grand Tour ideale per
andare a riconoscere, elementi essenziali d’una moderna geografia dello spirito
umano, le scoperte fascinose d’un grande pensatore.
* Avvocato, Presidente del Comitato italosvizzero
per la pubblicazione delle opere
di Carlo Cattaneo, Presidente dell’Associazione
Carlo Cattaneo di Lugano