NO !  A QUESTA EUROPA ......

"L'Europa che ci piace è quella dei popoli. L'Ue invece si è schierata con gli Stati e ogni qual volta si celebra un referendum, viene fatta fuori". Il segretario federale della Lega Nord, Umberto Bossi, parlando alla festa della Lega di Miradolo Terme in provincia di Pavia, è tornato ad occuparsi della bocciatura irlandese al trattato di Lisbona. Per il ministro della Riforme, anche se Dublino ha ricevuto un sacco di soldi dall'Unione, il verdetto della gente ha detto no alla Ue, perché "i soldi non comprano la libertà. La gente non vuole che le decisioni sulla propria vita vengano prese a centinaia di chilometri". Per Bossi, anche in Italia, se si celebrasse un referendum, "vincerebbero i no". Infine una battuta sulla fratellanza fra irlandesi e padani: "Avete visto quello che è successo? Ormai il verde dilaga".

 

Il Senato sfiducia Romano Prodi. Maroni e Calderoli: ora si torni al voto

L'Aula del senato con 161 voti contro 156 ha tolto la fiducia al Governo guidato da Romano Prodi. "Il primo passo e' stato fatto: abbiamo finalmente mandato a casa il Governo Prodi, dando cosi' la prima risposta alla volonta' del popolo. Ma ora niente facili entusiasmi, perche' da adesso ci attende tanto lavoro per impedire pasticci, governi tecnici destinati solo a rinviare il voto e a salvare Veltroni e un Partito Democratico che sta cadendo a pezzi". Ha dichiarato pochi minuti dopo il voto di Palazzo Madama Roberto Calderoli, coordinatore delle Segreterie nazionali della Lega Nord e Vice Presidente del Senato.
"Ho sentito Bossi, Berlusconi e Fini e tutti sono assolutamente determinati ad andare dritti al voto - aggiunge  -. Ora la palla passa al presidente della Repubblica: dimostri di essere davvero il presidente di tutti, perche' le elezioni non le chiedono soltanto le forze politiche ma le chiede il popolo, anche quella prte del popolo che, sbagliando, a suo tempo, ha votato per l'ex maggioranza. E se non si dimostrera' tale e si comportera' diversamente allora non potro' che rispondere all'appello lanciato ieri da Bossi con un: obbedisco".

Sulla stessa linea il capogruppo a Montecitorio, Roberto Maroni: "E' improbabile pensare che in due mesi si faccia una nuova legge elettorale. Chi propone un governo tecnico o istituzionale vuole solo rinviare il voto di un anno. Pertanto io dico di andare a votare con questa legge elettorale", ha dichiarato l'esponente del Carroccio.

Bossi: "Pronti ad attaccare l'Italia schiavista"

"Il potere colonialista imbecille non capisce che il popolo aspetta solo il momento per attaccare, e quel momento verrà". E sul partito di Berlusconi: "Non si può entrare in un partito unico perché la Lega ha una sua identità. Altrimenti  chi difenderà il popolo della Padania nel partito unico?"

Castelli: governo goffo scopiazza le idee della Lega

"E' triste vedere il governo muoversi in maniera goffa e tardiva in materia di sicrezza, scopiazzando con colpevole ritardo le idee che la Lega Nord aveva con forza imposto all'attenzione del dibattito politico ricevendo in cambio insulti, scherno e qualunquistiche accuse di razzismo". Lo afferma il presidente dei senatori leghisti Roberto Castelli. "C'e' da chiedersi perche', se qualche anno fa certi provvedimenti nei confronti degli immigrati clandestini e dei delinquenti erano una forma di razzismo, ora il governo Prodi cerca di mettere in atto le stesse cose che la Lega propone da sempre -aggiunge Castelli-. Perche' il governo si muove solo ora, chiudendo la stalla quando ormai i buoi sono scappati? Ma soprattutto: cosa fara' adesso il governo con il nuovo barcone pieno di immigrati clandestini in arrivo sulle coste siciliane? Applichera' la legge oppure il buonista Veltroni (che ormai da' la linea all'esecutivo) li accogliera' tutti a casa sua?".

 

    

          foto @leganordarluno

BOSSI : la rivolta avverrà con mezzi legali.

Abbiamo in serbo molte sorprese..

"Come al solito siamo vittime di un attacco mediatico montato da certi giornali". "La rivolta fiscale? Avverrà con metodi legali" e "la parola fucili non l'ho detta io, ma è stata pronunciata da qualcuno presente al comizio. La mia è stata solo una risposta alla sua esternazione. I leghisti hanno il sangue caldo e sono stufi delle tasse, così come sono stufi di questo governo". Queste alcune delle affermazioni del segretario federale della Lega Nord, Umberto Bossi, intervistato dal quotidiano La Repubblica.

Bossi annuncia la partenza della campagna leghista contro il fisco di Roma. Primo atto, la richiesta di non giocare piu' al lotto e alle lotterie per non dare soldi allo Stato.  "Non è cosa da poco -  spiega Bossi - . Sono trentotto miliardi di euro l'anno e poi abbiamo deciso tante altre cose che teniamo segrete, tutte però nell´ambito della democrazia e della Costituzione. Ci sono gli studi di settore per artigiani, commercianti, professionisti... bene - aggiunge - noi diremo che nessuno è tenuto ad accettarli".

 Quanto al rapporto con Palazzo Chigi, Bossi incalza: "Mi sembra che i signori di Roma invece di discutere tanto dovrebbero tastare il polso della gente onesta che non ne può più di tasse e balzelli.

Io lo so che la rivolta fiscale non si fa certo con le armi, ma la gente è incazzata. Voglio vedere Prodi nelle valli bergamasche a parlare di tasse - aggiunge - se davano del traditore a me che sono il loro segretario da una vita, si immagini come si sarebbero comportati con Prodi e con Visco con la sua aria da signorino".

 

Bossi: Sciopero Fiscale per cacciare questo governo !!

Padania, 16 Agosto 2007

"Facciamo lo sciopero fiscale. Paghiamo le tasse alle Regioni e non più allo Stato". A lanciare la proposta è il leader della lega Nord, Umberto Bossi che ieri in un palazzetto dello Sport di Ponte di Legno gremito come non mai ha anticipato una delle battaglie del Carroccio per il prossimo autunno. "La gente - afferma il segretario federale - vuol mandare via Prodi. Bisogna trovare qualcosa di forte". Bossi prende spunto dal periodo di vacanza per spiegare la delusione popolare verso l'attuale Esecutivo: "Ci sono un sacco di persone che sono rimaste a casa perché non hanno i soldi per andare in ferie".

 

      Vicenza 10 Febbraio 2007 : Bossi: sono pronto a dare la vita per la libertà del Nord

La gente del Nord è pronta a mobilitarsi, a mettersi in discussione, a rischiare la propria vita per la libertà del Nord". Lo ha detto il segretario della Lega Nord Umberto Bossi nel corso del suo applauditissimo intervento di chiusura della prima riunione del Parlamento del Nord a Vicenza.
"Il nostro è un vero dramma - ha spiegato - . Siamo in uno Stato non solo centralista, ma statalista e schiavista che ci porta via tutto quello che produciamo. E’ una vergogna che porterà milioni di persone a mettere in discussione la propria vita. Io per primo sono disposto a farlo, a fare una battaglia contro questa schiavitù. Io ci sto a battermi fino in fondo contro lo schiavismo italiano. Abbiamo bisogno di questa libertà - ha ribadito Bossi - se non per noi, per i nostri figli. Io quando ho fatto la Lega, l’ho fatta per raggiungere la libertà del Nord. Noi siamo disposti a muoverci, milioni di persone al Nord ne hanno le scatole piene di questo schiavismo dello Stato italiano, una vera vergogna, questo centralismo romano da far conoscere in tutto il mondo: perchè quando si tratta di soldi, Roma non molla. Loro ci tengono schiavi per derubarci". Infine un monito rivolto alla capitale italiana: "Attenti voi del palazzo, perché noi siamo pronti. Sono pronti i nostri cuori, sono pronti gli animi di milioni di lombardi, di veneti che vogliono cambiare". A margine della sessione di lavoro dell'Assise padana, il segretario federale ha parlato anche di argomenti di stretta attualità politica: legge elettorale, missione in Afghanistan e Pacs.
"Il referendum - ha detto il leader del Carroccio - porterebbe a una legge elettorale che non va bene per i partiti piccoli, esclude i partiti regionalisti dal Parlamento: questo diventa pericolosissimo. Se si esclude la Lega, nel giorno in cui non si potesse parlare, non si potrebbe piu' sperare di trovare democraticamente una soluzione al federalismo, allora potrebbero succedere cose pericolosissime". Un chiaro messaggio inviato all'attenzione degli alleati in vista delle prossime amministrative: "Siamo disponibili a correre da soli se la legge elettorale non e' equilibrata ma questo Berlusconi lo sa perché glielo abbiamo detto con chiarezza".
La Lega poi dira sì alla proroga della missione in Aghanistan, ma voterà contro il disegno di legge sulle unioni di fatto. "Pensiamo che sia sbagliato chiamare famiglia una famiglia parallela e concederle tutti i diritti. mettendo a repentaglio quelli delle unioni naturali - ha spiegato Bossi - . Gli omosessuali vogliono diritti? Si indichino i diritti che hanno quando sono in coppia e si aiutino in quel modo".

                                                             

ROMA, 26 gen - 'E' un problema che riguarda il partito unico, quindi e' legittimo che Berlusconi faccia queste scelte. Noi della Lega le rispettiamo e mi sembra anche che rientrino nella logica delle cose. Non abbiamo nulla a che fare con il partito unico, percio' e' una questione che riguarda il futuro di un eventuale partito unico'. Con queste parole Giancarlo Giorgetti, segretario della Lega Lombarda e l'uomo piu' vicino a Umberto Bossi, intervistato dal quotidiano online Affaritaliani.it, commenta l'annuncio del Cavaliere ('Fini il mio successore').
L'esponente del Carroccio aggiunge: 'Berlusconi ha detto quello che e' il suo pensiero, logico e rispettabile. E' assolutamente chiaro e dichiarato piu' volte che nel partito unico noi non entreremo'.(ANSA).
 

Bossi rispolvera la secessione
"Dovremo fare la marcia su Roma"

VENEZIA - "Dovremo fare la marcia su Roma", dice il Senatur. Sulle tasse è ancora più esplicito: "In Lombardia e in Veneto la gente ne ha le palle piene di essere derubata".

E' il Bossi di un tempo, dagli slogan grossolani e un po' grevi quello che parla dal palco di Pramaggiore, vicino a Venezia. Nell'anniversario della marcia fascista su Roma, il leader della Lega Nord accende il popolo verde rispolverando la vecchia bandiera della secessione e di "Roma ladrona".

Parla di Finanziaria Umberto Bossi e annuncia una nuova marcia su Roma: "Dovremo davvero andare a Roma, fare la marcia su Roma. La Lega darà battaglia in aula e sulle strade contro la Finanziaria". A questa legge, secondo Bossi, si è arrivati partendo da un errore: "Quello di aver perso le elezioni". Grazie a voti che oggi non hanno più padri: "Non c'è nessuno in giro - ha spiegato - che dice di aver votato Prodi, eppure qualcuno deve averlo fatto per formare un governo che sa imporre tasse, solo tasse, e tasse".

"In Lombardia e in Veneto - ha detto Bossi senza troppi giri di parole - la gente ne ha le palle piene di essere derubata". Invoca la secessione il Senatur: "Il nord potrebbe vivere meglio da solo senza tirarsi dietro il centralismo dello Stato italiano. Dobbiamo svegliarci". E visto come stanno andando le cose, "non ci rimane che la via della secessione. Basta con le chiacchiere".

Nonostante tutto, Bossi conferma l'alleanza con Forza Italia: "Uno dei motivi è che da soli non avremmo mai la forza di fare il federalismo. Berlusconi ha dato il via in Veneto e in Lombardia al federalismo". Per questo assicura che "la Cdl è ancora una realtà". "Tutto però può rompersi - avverte - anche se fin quando c'è Fini, io e Berlusconi, la Cdl resta una realtà grossa".
 

I toni battaglieri il leader leghista li risfodera anche a proposito dell'islam, rispondendo alla domanda di un giornalista: "Sull'islam penso tutto il male possibile. Sarebbe meglio se quelli rimanessero a casa loro; questo non è un paese che può accogliere tutti. Il rischio principale è che gli islamici aprono moschee che non sono chiese, ma scuole. Bisogna stare attenti, soprattutto a una immigrazione problematica come quella musulmana. Chi prende la questione con semplicità è stupido, perché può provocare in futuro danni al Paese".

IL CAPOGRUPPO DEL CARROCCIO AL SENATO SU FINANZIARIA, GIUSTIZIA E IMMIGRAZIONE
Castelli: «Stanno ammazzando il Paese»
L’ex Guardasigilli difende la Cdl: «In anni di crisi mondiale abbiamo aumentato l’occupazione e salvaguardato i conti»

 

Finanziaria, giustizia, immigrazione, Telecom. Il capogruppo della Lega Nord al Senato Roberto Castelli fa il punto della situazione sulla politica dell’Unione e sui primi mesi di governo Prodi che rischiano di danneggiare fortemente il Paese.
«Con questa Finanziaria ammazzano il Paese», tuona l’esponente del Carroccio dalle frequenze di Radio Padania che sottolinea come, in particolare «l’operazione sul Tfr è una vera rapina, uno scippo perchè mettono le mani nelle casse delle aziende. Avevano promesso di dare 4 miliardi di euro alle imprese con il cuneo fiscale e invece ne tolgono 6 con il Tfr, un’operazione tipica della sinistra». Non solo, Castelli difende l’operato della Cdl. «Dicevano che avevamo rovinato l’Italia, la verità che in anni di crisi economica mondiale siamo riusciti ad aumentare l’occupazione e a salvaguardare i conti. Loro adesso aumentano le tasse a chi guadagna più di 30 mila euro lordi, che poi sono 1300 euro netti. Sarebbero questi i ricchi? Credo che questa manovra sarà cambiata perchè così è veramente impresentabile». E lo sperano davvero in tanti.
Del resto che l’Unione sia completamente divisa lo ha dimostrato anche durante la discussione e il successivo voto a Palazzo Madama della legge Mastella contro la riforma della Giustizia promossa la scorsa legislatura proprio dall’esponente del Carroccio. Non solo nove provvedimenti su dieci non sono stati abrogati, come avrebbe voluto il centrosinistra, bensì, secondo Castelli anche la separazione delle carriere potrebbe andare a buon fine. «La sinistra non ce l’ha mica fatta», tuona l’ex Guardasigilli che spiega come entro il 28 ottobre i magistrati dovranno scegliere se essere giudici o pm «come stabilisce la mia legge attualmente in vigore». Castelli spiega che nonostante il via libera al Senato mercoledì scorso, «bene che vada, la riforma Mastella sarà legge non prima del 6 o 7 novembre». Per le toghe ci sono comunque due vie di scampo, spiega l’ex ministro leghista. «La prima è che riescano ad anticipare la discussione alla Camera, ripristinare l’articolo 5, e la rimandino subito al Senato che in un giorno l’approvi. Un percorso -commenta Castelli - accidentato e improbabile. Qualcuno -prosegue - favoleggiava addirittura di un decreto legge, ma questa seconda scappatoia mi pare una forzatura paurosa, non penso che il capo dello Stato lo possa firmare». Nulla di fatto dunque. «La mia legge loro l’abrogheranno, ma dopo che i magistrati avranno dovuto scegliere» e «questo articolo 5 perduto per la strada crea un modo di legiferare pietoso. Adesso il Csm deve espletare queste pratiche sapendo che tra poco poi decadranno».
Le spine nel fianco del Governo di centrosinistra sono molte. L’ultima è la vicenda Telecom per la quale, secondo Castelli Prodi dovrebbe dimettersi. «Prodi nega l’evidenza, abbiamo fatto bene in Senato a paragonarlo a Pinocchio. Nei paesi normali quando un presidente del consiglio non dice la verità dovrebbe dimettersi», ha detto l’ex ministro della Giustizia per il quale «la sinistra è brava solo a fare affari«. «Prodi ha tentato di fare un’operazione nel segreto delle sue stanze con un piano presentato a Tronchetti Provera dal suo consigliere più fidato. Ha tentato questa operazione da solo e adesso nega tutto perchè ha paura che gli alleati non lo perdonino. Mi sembra evidente, e i documenti lo dimostrano, che sia più credibile la versione di Tronchetti Provera».
Venerdì sera, invece, Castelli ha partecipato a Brescia a un incontro pubblico dal titolo “Sicurezza e immigrazione come difendere le nostre città?». Il presidente dei senatori leghisti, ricordando la lunga scia di sangue che ha interessato Brescia quest’estate con 7 omicidi in 20 giorni, ha evidenziato l’indiscutibile collegamento che esiste tra immigrazione extracomunitaria e criminalità. «Con questo non vogliamo fare un equazione tra immigrazione e criminalità ma evidenziare ciò che le statistiche ed i fatti di tutti i giorni che interessano le nostre Città evidenziano; l’immigrazione extracomunitaria di massa, ed in particolar modo la clandestinità, hanno favorito un incremento della criminalità. Le carceri scoppiano perché sono piene di immigrati ed in particolar modo nelle Città dove governa la sinistra, come Brescia, la situazione è ancor più grave a causa di un lassismo amministrativo che favorisce l’immigrazione incontrollata». Nel corso della serata l’ex Guardasigilli ha affrontato anche il tema del voto agli immigrati, della cittadinanza facile e della revisione della Legge Bossi-Fini sull’immigrazione che intende attuare la maggioranza di centro sinistra a Roma. «Si tratta di proposte folli che non potranno non avere ricadute negative sulla sicurezza della nostra città alimentando un immigrazione indiscriminata con l’afflusso di centinaia i barche piene di immigrati sulle coste italiane; il semplice annuncio di queste proposte ha già in questi mesi fatto incrementare gli sbarchi».
 

Calderoli: «Bastava mandare la metà dei militari e gli altri impiegarli per la sicurezza a casa nostra»
 

Meno militari inviati in Medioriente e più risorse risparmiate e mezzi disponibili per garantire maggiore prevenzione e sicurezza sul nostro territorio, anche alla luce dei terribili fatti di cronaca che hanno caratterizzato questo mesi di agosto, soprattutto nelle città del Nord.
Roberto Calderoli, coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord e vicepresidente del Senato, nel giorno della partenza delle prime navi italiane dirette verso le coste libanesi, punta l’indice sulla scelta del Governo di centrosinistra di voler, sostanzialmente, strafare, inviando nella caldissima area a sud del Libano un contingente troppo numeroso, per le disponibilità delle nostre forze armate e del nostro Paese in generale, ovvero 2490 uomini, destinati a diventare circa 2680 tra qualche settimana quando la missione sarà a pieno regime. Numeri alla mano l’Italia invierà in Libano circa il 20% dei 15 mila soldati impegnati nella missione Onu e quasi il 40% di quelli mandati dall’Unione Europea: cifre che rendono quella italiana la missione più impegnativa, in termini numerici, davanti ai francesi che invieranno circa 2000 uomini e alla Spagna che ne manderà poco più di 1000 esattamente come Indonesia e Malesia.
Da qui la critica di Calderoli al Governo di centrosinistra. «Per svolgere questa missione a misura del nostro Paese sarebbero stati sufficienti meno della metà della quota di militari fissata dal decreto legge, giusto i mille circa che mette a disposizione la Spagna», fa notare l’ex ministro per le Riforme istituzionali che poi, alla luce dei crimini che si stanno verificando nelle nostre città, osserva: «Ma non se ne accorti, questi signori al Governo, che nell’ultimo mese si è scatenato un crescendo di violenza nel nostro Paese, che vede sempre più spesso le donne come obiettivo, e che fa pensare che anche noi, a casa nostra, abbiamo il nostro Libano? Gli altri 1600 soldati avrebbero potuto invece essere utilizzati per pattugliare le vie delle nostre città, dove ormai più nessuno può sentirsi sicuro, ancor di più quando si è donna, oppure si sarebbero potute utilizzare le ingenti risorse risparmiate dalla riduzione del contingente inviato in Libano per sostenere e incrementare le azioni delle nostre forze dell’ordine impegnate sul nostro territorio».
Del resto nei giorni scorsi dalla Casa delle Libertà si erano già levate critiche sul numero, ritenuto eccessivo, dei soldati facenti parti della missione italiana in Libano e lo stesso ex premier, Silvio Berlusconi, intervenendo al meeting di Rimini aveva rilevato che: «L’Italia partecipa nella Nato per circa il sette per cento dell’insieme della spesa pubblica e anche dei contingenti militari; partecipiamo alle Nazioni unite con il cinque per cento, quindi mi sembra che tra il cinque e il sette per cento si debba decidere il quantitativo militare di presenza nelle operazioni in Libano. Non credo che sia assolutamente conveniente fare di più. Si tratta quindi di inviare mille-milleduecento soldati e non tremila».
Ma il centrosinistra ha scelto di fare le cose in grande, inviando in Libano il contingente più numeroso in assoluto.
Per questo Calderoli rincara la dose: «In ogni vecchio manicomio era immancabilmente presente il pazzerello che credeva di essere Napoleone e pertanto indossava il cappello dell’Imperatore. I manicomi sono stati chiusi da un po’ ma la sindrome di Napoleone, purtroppo, continua ad esistere e sembra aver contagiato parecchi degli esponenti del nostro Governo: va bene dare l’autorizzazione all’attuazione di una risoluzione dell’Onu, quale la 1701, ancor di più quando questa è finalizzata alla soluzione del problema mediorientale, ma tutto dipende anche da come si affronta la questione e noi lo stiamo facendo come se dovessimo partecipare ad una corsa! Mandiamo un numero di soldati che ha dell’incredibile per la sua dimensione visto che gli Stati Uniti d’Italia, che magari potrebbero essere una mia aspirazione, non equivalgono certo agli Stati Uniti veri, quelli d’America, un Paese che forse avrebbe la possibilità di mandare un numero di soldati così elevato come quello che invece stiamo per inviare noi... Andiamo incontro a spese che il ministro della Difesa, Arturo Parisi, quantifica in qualcosa in meno di 600 milioni di euro l’anno, e, intanto, si prepara una Finanziaria di lacrime e sangue.
«E dulcis in fundo - conclude Calderoli - mandiamo i nostri ragazzi a garantire l’inviolabilità della linea blu con l’applicazione del codice militare di pace. Il problema è che le manie di grandezza dei novelli Napoleoni di casa nostra le pagheremo noi e a rischiare saranno i nostri ragazzi, impegnati in quella che lo stesso ministro Parisi ha definito la missione più difficile dopo la seconda guerra mondiale. Mandare i nostri militari in una zona di guerra con il codice militare di pace equivale a mandare un soldato a fermare un carro armato solo con la fionda...».

Calderoli: «Bossi e Berlusconi lavorano al futuro del Centrodestra. No a chi rifiuta le riforme della Cdl»
«IL NOSTRO PROGETTO: TRA UN ANNO AUTONOMIA E SOLDI»
 
 
Calderoli: «Bossi e Berlusconi lavorano al futuro del Centrodestra. No a chi rifiuta le riforme della Cdl»
«Si riparte dalla concretezza. Un anno e mezzo al massimo e ci prendiamo quello che ci spetta: l’autonomia e i soldi». Nel delineare il progetto della Lega, Roberto Calderoli è lapidario e limpido.
Il coordinatore delle segreterie federali del Carroccio sottolinea che «Bossi ha le idee chiare» e che sarà, come sempre, il Senatur a guidare il movimento verso la conquista dell’obiettivo. Con chi? Pochi i dubbi. «Non ci sono compatibilità con una sinistra che respinge le riforme e quanto le fa legna le categorie politicamente ad essa lontane» anticipa Calderoli confermando la tenuta dell’alleanza con il centrodestra, anche se questa «va ritarata e i leader lo stanno facendo». «Degli accordi tra la Lega e Forza Italia - aggiunge Calderoli - se ne occupano direttamente Bossi e Berlusconi».
 

 

decreto in contrasto col titolo quinto della costituzione
Pacchetto Bersani, la Lombardia guida la rivolta
Presentata dalla Lega una mozione urgente per invitare la Giunta a promuovere la revisione della riforma

 
di Andrea Indini
Contro il pacchetto Bersani si è levata anche l’accusa del gruppo della Lega Nord in Regione Lombardia. Il consigliere regionale Fabrizio Cecchetti è il primo firmatario di una mozione urgente presentata ieri al Pirellone, una mozione che «invita la Giunta a farsi promotrice presso il Governo affinché il ministro Pierluigi Bersani rivede le parti del decreto legge sulle misure urgenti per lo sviluppo, la crescita e la promozione della concorrenza e della competitività per la tutela dei consumatori e per la liberalizzazione di settori produttivi». La mozione punta all’apertura, da parte dell’esecutivo Prodi, di «un vero dialogo con i rappresentanti delle varie categorie coinvolte».
Le associazioni dei tassisti avevano già definito il pacchetto Bersani «una proposta di pseudo-liberalizzazione all’amatriciana». Ma il gruppo regionale del Carroccio va oltre e parla di «dubbi sotto il profilo della legittimità costituzionale» dal momento che «il decreto decide su materia di competenza regionale». L’articolo 117 della Carta Costituzionale, appunto. L’articolo distingue, infatti, con precisione le materie attinenti la potestà legislativa dello Stato da quelle riguardanti le Regioni. «Il decreto - interviene Cecchetti - crea una confusione sulle competenze dei Comuni e attribuisce anche a creare confusione sotto il profilo della legittimità costituzionale poiché è un decreto che incide su materia di competenza regionale». A stabilire le tariffe delle auto bianche sono, infatti, le Regioni, per le aree dei bacini aeroportuali, e al di fuori di queste i Comuni. Non solo. La mozione sottolinea anche dubbi «da un punto di vista procedurale» soprattutto nella parte in cui il decreto introduce «pubblici concorsi e concorsi riservati», la non cedibilità separata delle licenze e la «deroga alle attuali disposizioni». «Tutte posizioni - si legge nella nota - che sono in netto contrasto con il parere espresso, sulla questione della liberalizzazione, dall’Antitrust del marzo 2004».
La mozione, firmata anche dal presidente Massimo Zanello e altri otto esponenti del Carroccio, chiede che si valutino, con maggiore attenzione, «gli impianti di una liberalizzazione selvaggia sul mondo del lavoro» e «i reali effetti sul servizio a favore dei cittadini». «Questo decreto non tiene assolutamente conto degli effetti e, in generale, dell’impatto di una liberalizzazione che potremmo definire selvaggia per la categoria dei tassisti», spiega Cecchetti ricordando che lo steso problema può verificarsi anche per le categorie dei farmacisti e dei panificatori. Con l’apertura alla commercializzazione del genere nei supermercati, infatti, farmacie e panifici - soprattutto nei piccoli comuni e nelle realtà montane - rischiano di essere messi nelle condizioni di chiudere i battenti e sparire. Così verrebbe a crearsi un vero e proprio disservizio per le cittadinanze. «Non si può non tenere conto - conclude Cecchetti - di tutte le piccole importanti realtà che questo decreto potrà mettere in difficoltà peggiorando i servizi e incidendo negativamente sia sulla viabilità sia nel settore dei servizi sanitari sia in quello che investe l’economia locale». Critiche al via libera dei farmaci da banco anche dal gruppo regionale di Alleanza Nazionale che si è detto pronto a spingere affinché il governatore Roberto Formigoni «porti la Lombardia a impugnare i contenuti presso la Corte Costituzionale» così come ha chiesto alla Giunta regionale del Veneto il consigliere Raffaele Zanon. «Il primo effetto sarà l’esplosione della spesa farmaceutica», spiegano i consiglieri Pietro Macconi e Carlo Maccari sottolineando il fattivo rischio di «impennata della mortalità per abuso di farmaci». «Ci ha stupito - chiarisce il capogruppo Alberto Alboni - la velocità con cui la Lega delle Cooperative si è dichiarata pronta a ospitare punti vendita dei farmaci acquistabili senza ricetta». Proprio per questo Alboni fa sapere che Alleanza Nazionale «ha già pronto un progetto di legge regionale per il rilancio e la difesa del settore farmaceutico» che, nei prossimi giorni, discuterà con gli altri partiti della Casa delle Libertà.
 

Maroni: l’obiettivo resta il federalismo Con la destra, con la sinistra o da soli
 
 
«Non c'è nessuna proposta che la Lega sta facendo alla sinistra». Roberto Maroni, intervistato ieri mattina in diretta a “Radio 24”, chiarisce la posizione del Carroccio sulla riforme nella fase del post-referendum.
«Noi siamo interessati al dialogo, se c'è la volontà di dialogare da parte della sinistra. Ancora, però, questo non l’ho capito. I Ds hanno una manifestato una apertura, altri una chiusura. Martedì incontreremo Chiti per capire che proposta c'è», ha annunciato il capogruppo della Lega.
Maroni, però, ha chiarito che non c'è l’intenzione da parte della Lega di prendere le distanze dalla Cdl in nome delle riforme: «Noi siamo e rimaniamo nella Cdl. Se c'è qualcuno che vuole mettere in crisi la Cdl non siamo noi, e basta guardare e cosa sta accadendo sul decreto sulla missione in Afghanistan. Noi vogliamo dialogare con tutti quelli che sono interessati a fare le riforme, e diamo per scontato che anche Berlusconi sia disposto a farlo. Siamo uniti e compatti nella Cdl e disponibili al dialogo, ora vediamo chi è interessato». Per Maroni, però, «se entro fine luglio non si concretizzerà nulla, la partita del federalismo si chiuderà per tanti anni».
 

 

 

                                           

                Salvini: «I milanesi non la pensano come Tettamanzi»
«Milano, apri il tuo cuore. Cancella le tue paure. Non arroccarti su posizioni difensive e di chiusura». Con questa accorata premessa l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi ha pubblicamente avanzato la duplice proposta di concedere il voto agli immigrati e di aprire loro le porte degli incarichi pubblici. In alcuni passaggi l’intervento del Cardinale è suonato come una replica alle critiche espresse nei suoi confronti dal capogruppo cittadino del Carroccio, Matteo Salvini, al quale non era affatto piaciuto l’invito rivolto dall’arcivescovo ai due candidati sindaci a “considerare gli stranieri come una risorsa e non un problema”. «La risposta al disagio sociale - ha ribadito ieri il Cardinale intervenendo a un seminario organizzato dalla Camera di Commercio - deve partire dalla considerazione che ha maggiori diritti non chi possiede da più tempo la residenza in città, ma solo chi ha più bisogno, sia egli residente da lunga data o migrante». Le parole dell’alto prelato sembrerebbero quindi prefigurare una sorta di ribaltamento dei criteri di accesso ai servizi di sostegno che oggi, proprio grazie a una battaglia della Lega, prevedono la precedenza dei cittadini residenti. Inevitabile, perciò, la replica di Salvini, il quale tuttavia sposta l’asse del confronto: «Non si tratta di uno scontro tra la Lega e la Chiesa - spiega il capogruppo del Carroccio - ma tra la maggioranza dei milanesi e una parte minoritaria della gerarchia ecclesiastica che guarda a sinistra. È facile parlare di solidarietà con i soldi e i disagi degli altri. Se Tettamanzi vivesse a fianco a un campo nomadi probabilmente userebbe espressioni diverse, ma dai suoi palazzi nel centro di Milano, il Cardinale l’immigrazione può vederla solamente in tv. I preti di periferia o il Cardinal Maggiolini di Como, ad esempio, parlerebbero in modo molto diverso». Alla critica di Slavini non sfugge nemmeno la tempistica dell’uscita del prelato milanese. «Nel metodo - precisa - contestiamo il fatto che un giorno prima del voto un Cardinale faccia un comizio di questo genere. Nel merito invece non possiamo che ribadire il nostro “no” al voto agli immigrati e a quell’altra proposta vagamente formulata da Tettamanzi di dare la priorità all’accesso alla casa agli immigrati. Ad ogni modo - conclude Salvini - a rispondere al Cardinale saranno gli stessi milanesi che oggi e domani sono chiamati a decidere in che città vogliono vivere».
ref_ a.m.

                                                              

          PAGA E TACI, SOMARO PADANO: LA SOLITA STORIA...

Sulla cima della torre degli Asinelli, nel cuore della sua Bologna, il Professore volge il suo sguardo dritto sul tacco dello stivale. Immaginando un futuro di investimenti e infrastrutture. A chi si trova alle spalle della torre, invece, chiede rigore e sacrifici: «Che il Nord torni a trainare il paese come ha fatto in passato», ha detto oggi al Senato nel suo primo discorso da premier. Ormai lo si è capito, Bologna è lo spartiacque del paese. E dopo il danno, non certo è mancata la beffa: «Trasformeremo il Mezzogiorno in un grande snodo commerciale per i prodotti che pervengono dall'Asia destinati all'Europa». Falsari di tutta Cina unitevi: Romano Prodi è il vostro Timoniere.
Le regioni del Nord, del Pil in attivo, delle piccole imprese che combattono le loro battaglie giorno dopo giorno, sono avvertite: a loro restano le briciole, e forse nemmeno quelle. I veti incrociati dell’ala rosso-verde, infatti, già hanno messo a dura prova i cantieri di infrastrutture nevralgiche per il paese, come la Tav.
Nel suo primo discorso davanti al Senato, Romano Prodi ha illustrato le sue linee guida per il futuro del paese, soffermandosi in chiusura sullo “squilibrio” storico tra Nord e Sud. Un doppio squilibrio: quello economico, da un lato, e quello espresso in termini di sudore versato all’assistenzialismo, dall’altro.
E dire che il monito per l’Unione era stato formulato espressamente da milioni di italiani direttamente lo scorso 9 aprile: il centrosinistra deve affrontare la sua “questione settentrionale”. Al nord la coalizione di Romano Prodi non ha vinto, l’antiberlusconismo non ha attecchito e la nenia del declino economico non ha convinto gli indecisi. Ma il problema non sembra aver sfiorato il Professore, che ieri ha preferito relegare in chiusura del suo discorso la parte dedicata agli squilibri del paese, lanciando un messaggio chiaro sulla sua visione dell’Italia: «Il Nord è certamente la parte più avanzata del Paese e quella che ha maggiori risorse. A quest'area abbiamo molto da chiedere e molto da dare. Al Nord chiediamo di contribuire, come solo può fare, a rimettere in corsa la nostra economia, per riportare l'Italia nel gruppo dei Paesi più forti e dinamici». Un monito preciso, semmai lenito da un lungo giro di parole per presentare un improbabile “Stato amico”: «Ha bisogno di un sistema Paese che lo sostenga; ha bisogno di regole chiare e semplici, di infrastrutture moderne ed efficienti, di ricerca e di formazione.
Noi vogliamo questo e opereremo in questo senso. Vogliamo che questa parte d'Italia e i tanti cittadini che vi vivono e vi operano sentano lo Stato non come avversario, ma come sostegno. L'avversario non è lo Stato; semmai è la competizione globale con le sue sfide e i suoi rischi. Nella competizione globale non si sta senza avere alle spalle uno Stato, che faccia della sua efficienza un elemento di diminuzione dei costi e della sua capacità di assicurare le infrastrutture necessarie come elemento essenziale della capacità di competere. Questa è la sfida ed è la sfida che il Nord sente con particolare intensità. Al Nord dobbiamo una risposta e la dobbiamo in tempi rapidi».
Di tutt’altro tenore le attenzioni rivolte al Sud, vero motore pulsante della macchina del consenso del centrosinistra: «Al Mezzogiorno e alla sua popolazione noi dobbiamo molto e lo dobbiamo non solo per ragioni di equità e giustizia sociale, non solo perché è giusto che abbia le risorse e le opportunità necessarie per partecipare a pieno titolo allo sviluppo del Paese, ma anche perché nella competizione globale il Mezzogiorno è una grande risorsa e una grande opportunità». Subito dopo il Professore indica nei dettagli quali saranno le linee guida in materia di investimenti nel meridione del suo Governo: «Al Mezzogiorno occorre un nuovo progetto condiviso e fatto proprio da tutta la Nazione, che sappia cogliere la straordinaria opportunità derivante dalla sua collocazione geografica, che fa di quest'area la grande piattaforma di interconnessione tra l'Europa e l'Asia. Grazie alla sua posizione il Mezzogiorno può e deve diventare lo snodo commerciale e di trasformazione per i prodotti che provengono dall'Asia e che sono destinati all'Europa. Occorrono grandi investimenti infrastrutturali nei porti, nelle strade, nelle reti ferroviarie». Non manca infine un esplicito riferimento alla grande materia prima finora non sfruttata a dovere del Sud, il turismo: «Come ho già detto, solo una grande capacità organizzativa può farci realizzare ciò. La stessa capacità organizzativa da cui dipende il rilancio di un altro importante settore di attività del Mezzogiorno: il turismo e tutte le attività legate alla valorizzazione del consistente patrimonio artistico e culturale».
È questa, dunque, la grande «strategia nazionale» che ha in mente il Professore. Una strategia in cui si fa spazio anche una politica di tagli agli enti locali, dopo le aspre polemiche rivolte alla Casa delle Libertà proprio per la razionalizzazione dei trasferimenti: «Sarà anche compito del Governo coordinare e distribuire con oculatezza le risorse a disposizione di questi enti nei prossimi anni.
Sarà suo compito soprattutto ricondurre a strategie integrate le azioni e tutti gli attori, dagli operatori economici agli amministratori, dai Governi territoriali alle forze sociali, per mettere in asse le vocazioni, le specificità e le differenze che caratterizzano le grandi aree del Paese.
È giunto, infatti, il momento di formulare una grande strategia nazionale, in cui le differenze tra Nord e Sud siano ricondotte a unità, massimizzando le opportunità di ciascuno».
Nel suo primo discorso da premier chiede al Nord altri sacrifici «per trainare il Paese»
 

La Lega Nord scommette su Milano e la Moratti
Reguzzoni e Orsatti: attendiamo un grande risultato, vogliamo risultare determinanti nella nuova amministrazione

 
In vista delle elezioni amministrative che il 28 e il 29 maggio vedranno il Carroccio milanese correre a sostegno dell’aspirante sindaco Letizia Moratti, la Lega Nord si prepara alla sfida. Moltissimi i nomi illustri sui quali scommette il movimento guidato da Umberto Bossi che vuole riconfermare la propria presenza a Palazzo Marino per portare in Comune le istanze dei residenti. A ufficializzare le mosse del Carroccio, stabilite ieri in un vertice tra i massimi dirigenti locali della Lega Nord, Marco Reguzzoni, coordinatore della campagna elettorale meneghina.
A guidare la squadra leghista potrebbe essere l’ex assessore al demanio Giancarlo Pagliarini. «Pagliarini perché è un leghista che si è sempre impegnato per il Comune e che per noi è una risorsa importante - ha spiegato Reguzzoni a la Padania - Giancarlo ha davvero molto da dare alla città e sarà il fiore all’occhiello di un gruppo consiliare che prevedo molto nutrito, perché sono convinto che il Carroccio prenderà moltissimi consensi». Ottimista anche il segretario provinciale Massimiliano Orsatti, che così “inquadra” il sostegno padano alla Moratti: «Vogliamo fare da traino alla Cdl e diventare determinanti nella maggioranza. Sappiamo di avere la stima della Moratti, ma la politica si basa sui numeri e i rapporti di forza. Per questo sarà importante ottenere tanti voti: presenteremo una squadra, che schiera anche l’assessore Diego Sanavio e i consiglieri uscenti Laura Molteni ed Ettore Tenconi; inoltre abbiamo “aperto” le nostre liste a professionisti che operano nella società». Con due obiettivi di fondo: «Primo, sì al federalismo fiscale e alla devolution, solo così ci saranno più servizi per i cittadini. Secondo, attenzione alla sicurezza: diciamo no ai campi nomadi, ai centri sociali irregolari, a viale Jenner. Siamo più radicali dei nostri alleati».
«Se mi chiedono il mio impegno per la Lega e per Milano, dove sono nato - ha spiegato Pagliarini -, non vedo perché dovrei dire di no. Vedo in giro un po’ di disorientamento e il primo a essere disorientato sono io. In una scala da zero a cento, il trasformare l’Italia in una Repubblica federale con una conseguente riforma fiscale per me pesa 95, tutto il resto molto meno. Qualsiasi partito può dire no ai pacs, mentre solo la Lega può ergersi a movimento che incarna l’ansia autonomista, il desiderio di libertà».
Tra gli obiettivi principali della delegazione leghista in corsa per Palazzo Marino la difesa di Milano e dei suoi beni.
«Occorre che dentro i Comuni ci sia qualcuno “di peso” che sappia gestire una “partita” così complessa e delicata. Non deve passare l’idea che i Comuni siano galline dalle uova d’oro da utilizzare per coprire il malgoverno centrale - ha aggiunto -. Io voglio l’inversione dei flussi fiscali. Vorrei cioè che le tasse che vanno a Roma per essere poi ridistribuite sul territorio restino qui e che a Roma venga mandato solo quel che serve per le sue competenze centrali e i servizi che le sono affidati. Se poi questi ultimi non sono di buon livello, si tagliano pure quelli: via il fornitore».
Obiettivi e traguardi che gli uomini di Umberto Bossi avevano messo sul tavolo e discusso nei giorni scorsi durante gli “Stati Generali”. «Sentiamo la responsabilità dei 42 mila voti che abbiamo preso alle politiche in questa città - ha chiarito Matteo Salvini -. “Pulizia, ordine, sicurezza - Milano capitale” lo slogan degli Stati Generali, ma non si tratta solo di uno slogan. Mentre tutti parlano di queste cose noi facciamo proposte concrete».
L’obiettivo della Lega per Palazzo Marino è comunque quello di aumentare il drappello di consiglieri. «Eravamo tre su sessanta - ha concluso il capogruppo del Carroccio -. Non avevamo la forza per fare ciò che avremmo voluto. Se questa volta riuscissimo a salire ad almeno cinque o sei la nostra capacità di incidere crescerebbe. Per questo abbiamo bisogno della fiducia dei cittadini».
 

QUESTA VOLTA LE CONDIZIONI LE DETTIAMO... NOI !

Il Consiglio Federale della Lega Nord Padania, riunitosi oggi in via Bellerio:
ha approvato all´unanimità una mozione proposta dal ministro Roberto Maroni, con cui il Consiglio esprime la sua totale solidarietà al senatore Roberto Calderoli e un vivo apprezzamento per il lavoro svolto
sempre all´unanimità ha deliberato l´approvazione di una mozione proposta dal senatore Calderoli contenente cinque punti programmatici a cui condizionare l´adesione del movimento alla Casa delle Libertà in vista delle prossime elezioni politiche e in particolare:
1 ) la difesa delle Radici Cristiane dell´Europa e il contrasto ai fondamentalismi
2) il Federalismo fiscale
3) il quoziente familiare, ovvero premi fiscali per sostenere la natalità e la famiglia intesa come quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna
4) il rafforzamento del contrasto all´immigrazione clandestina e la possibilità di accesso nel paese, nei limiti previsti dalle quote, riservato ai lavoratori provenienti dai paesi che riconoscono la reciprocità dei diritti umani, civili, politici e religiosi
5) l'impegno esplicito a sostenere il sì al referendum sulla riforma costituzionale.

Alla conclusione del Consiglio Federale il Segretario Federale, on.Umberto Bossi, ha incontrato il segreterio del Movimento per l´Autonomia, on.Raffaele Lombardo, con cui ha concordato di porre come ulteriore impegno programmatico della Casa delle Libertà un piano decennale straordinario per il superamento della questione meridionale, che pertanto deve intendersi come sesto punto del presente documento.

       

 Ho detto basta alle strumentalizzazioni
di  Roberto Calderoli
Quando qualcuno ti attribuisce, anche strumentalmente, la responsabilità di una tragedia, pri- ma arriva il dolore, poi la preghiera per chi non c’è più e poi l’esame di coscienza: che cosa ho fatto e dove potrei aver sbagliato?
Da questo esame ho tratto una serie di errori commessi e posso pertanto dire che mi sento colpevole:
a) di essere un uomo libero e di pensare di vivere in un mondo libero, dove il tuo pensiero, seppur critico, sia consentito. Ma così non è: il cristiano deve ubbidire e subire, gli altri devono comandare e possono ricattare.
b) di pensare che non possano esistere differenze di sesso, di religione e di razza. Ma così non è: l’uomo prevale sulla donna e, tutti e due, se appartengono ad una certa religione, prevalgono su tutti gli altri, e tutto questo perché l’ha detto il Profeta.
c) di non aver taciuto il mio sdegno davanti alla mattanza di più di 160mila esseri umani all’anno, trucidati solo perché rei di professare la religione cattolica, e di aver gridato allo scandalo di fronte al silenzio, non tanto del mondo islamico, quando di quello occidentale, di fronte all’assassinio di un sacerdote e alle tre mattanze di cristiani avvenute nelle Filippine nelle ultime settimane.
d) di pensare che qualcuno possa impunemente dichiarare, nell’anno del signore 2006, che un giorno l’Islam dominerà tutta l’Europa.
e) di aver preteso che i diritti che si vogliono riconosciuti agli ospiti nel nostro paese vengano allo stesso modo riconosciuti ai nostri concittadini nei paesi da cui questi ospiti provengono. E, invece, consulte e moschee per tutti a casa nostra, anche in assenza dei requisiti che vengono richiesti ai comuni mortali, o ancor peggio realizzate con i denari dei contribuenti, e l’arresto per il cristiano che osa avere una croce addosso o peggio ancora la pena di morte per chi sostiene “che Gesù è il figlio di Dio”.
f) di essermi rifiutato di cancellare la nostra identità, la nostra storia, i nostri usi e le nostre leggi, per sostituirli con quelli che l’ultimo arrivato ci vuole imporre con la scusa della sua integrazione.
g) di pensare che prima sia venuto il terrorismo e solo dopo le ancora imperfette reazioni del mondo...
...occidentale, anche se qualcuno, oggi, vorrebbe sostenere che Guantanamo sia la causa e la colpa delle Twin Towers e non la conseguenza.
Potrei proseguire con queste lettere fino a completare l’alfabeto per una serie ennesima di volte, prima di riuscire a citare tutto quello di cui sono colpevole.
Ma forse è più facile semplificare il tutto nella mia più grande colpa originale: non sono ipocrita, non riesco a tacere quello che penso, non mi lascio calpestare i piedi, e soprattutto la testa, per convenienza o per interesse, visto che in gioco non ci sono io ma una civiltà, che, ormai cotta nel burro, sembra preferire gli ozi e la decadenza imperiale al proprio orgoglio, alla propria identità, ai propri valori e ai propri ideali.
Se queste sono le colpe allora io sono colpevole, con l’aggravante della recidiva e del non pentimento, e quindi voglio pagare, perché così salvo la mia coerenza che ritengo certamente più importante di tutto il resto.
Piuttosto che rinnegare anche solo un millimetro di quello in cui credo, non ho il minimo problema a lasciare una carica per cui, normalmente, si arriverebbe anche a vendere l’anima al diavolo pur di ottenerla e conservarla.
Ho sempre considerato l’incarico di ministro come una cosa non mia ma prestatami invece da Umberto Bossi e nelle sue mani, con gioia, l’ho rimesso.
Non ho nulla da rimproverarmi a riguardo: dovevo riformare la Costituzione e la legge elettorale e l’ho fatto e queste due riforme potranno essere cancellate solo dal popolo e non certo dai giochini degli interessi nazionali o internazionali.
Mi è sempre andata stretta la cravatta da ministro a cui ho sempre preferito “le braghe corte”, per cui tante volte sono stato contestato e quindi oggi, dopo le dimissioni, mi sento più leggero: dimissioni che tante volte in tanti, sia esponenti di maggioranza che opposizione, avevano già richiesto, ma tali richieste per me suonavano come un invito a restare.
Ora, invece, posso togliere il disturbo, perché l’ho concordato con Bossi e perché se la mia presenza al governo può rappresentare un possibile rischio per un nostro concittadino nel mondo, o peggio ancora il facile alibi per un attentato a casa nostra, allora deve prevalere il senso di responsabilità.
So bene che tutto è strumentale.
Ma, davanti al rischio che tutto questo possa rappresentare anche solo un lontano pericolo per un capello di un nostro concittadino, o che la cosa possa essere utilizzata strumentalmente ai danni della Lega, mi faccio da parte.
Da parte come ministro, ma non certo come militante.
E questo lo faccio a maggior ragione alla luce delle incomprensibili dichiarazioni di oggi del presidente del Consiglio, che vorrebbe attribuire a me le responsabilità di quanto successo e non al fanatismo islamico.
La mia battaglia a difesa dei principi sacri che mi hanno inculcato i miei genitori e i miei nonni inizia ora, finalmente non più ministro e libero di difendere questi ideali e questi valori.
Non attaccherò mai una religione in quanto tale e anche solo la semplice ironia sulla stessa mi fa orrore: forse, però, avrei dovuto difendere questo principio sostenendo l’orgoglio di essere cristiano, piuttosto che difendendo la libertà di pensiero, e quindi di satira, che è stata interpretata come attacco; ma rivendico il mio orgoglio di essere cristiano, e come tale, perdono chi, per paura o per il ricatto, non difende la propria identità e i propri ideali.
Il coraggio, come diceva il saggio Manzoni, “uno non se lo può dare”.
Di Don Abbondio è pieno il mondo, sia in maggioranza che in opposizione, anche se in quest’ultima c’è chi con il terrorismo ci sguazza; sicuramente con gente del genere i mercanti dal tempio non li avrebbe mai scacciati nessuno.
Alle trombe e i proclami di questi potenti, però, preferiamo la nostra umiltà e la nostra disponibilità a pagare con le dimissioni e, a dar retta alle minacce, anche con la vita, la difesa di un mondo basato sulla religione dell’amore e non su quella dell’odio.
Noi non vogliamo fare paralleli con Gesù, come fa Berlusconi, perché siamo uomini modesti, che si fanno il segno della Croce e si inginocchiano quando sentono quel nome, ma a cui va il sangue alla testa quando qualcuno sostiene che Gesù è il suo servo oppure che le bombe, le decapitazioni, gli assassini o le persecuzioni, sono cose dovute in nome di una religione.
Davanti a cose del genere non mi sento che di affermare, anche se la frase è stata già detta da qualcuno che mi fa ribrezzo, che: “Io non ci sto”.
La gente mi dice di non mollare ed è quello che farò, non mollerò, ma soprattutto non chinerò mai la schiena e a tutti dico: schiena dritta e avanti!

     

Libertà d’opinione Liberi tutti

 
Da questa settimana siamo tutti un po’ più liberi. Grazie alla determinazione della Lega Nord, finalmente si è iniziato a mettere mano ai cosiddetti “reati d’opinione”, per i quali non si andrà più carcere, ma al massimo si dovranno pagare delle multe che potranno arrivare a 10 mila euro.
Ad oltre 60 anni dal Codice Rocco (varato durante il Fascismo, ma mai abrogato per quanto attiene i reati d’opinione), il Parlamento italiano ha approvato definitivamente il provvedimento che abroga o rivede una ventina di articoli del Codice penale.
Le nuove norme prevedono una sostanziale depenalizzazione della materia, con il passaggio dal carcere a multe più o meno salate per i reati d’opinione e per le offese rivolte alle istituzioni repubblicane, ai simboli dello Stato, alle confessioni religiose. Riduzione sensibile anche delle pene carcerarie per i crimini di associazione sovversiva ed attentato all’integrità, all’unità e all’indipendenza dello Stato.
Questi i principali passaggi del provvedimento:
REATI DI OPINIONE
Il vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate, così come quello della nazione, non comporterà più pene fino a tre anni di carcere ma solo una multa che al massimo sarà di 5.000 euro. Anche l’offesa ai “corpi politici, amministrativi e giudiziari” è reato passibile di una multa di 5-6.000 euro invece dei tre-quattro anni di carcere. Multa che sale però a 10.000 se il reato viene consumato nel corso di una cerimonia ufficiale o di una solenne ricorrenza nazionale.
OFFESE ALLA BANDIERA
Rimane la detenzione fino a due anni se la bandiera italiana viene distrutta, dispersa, deteriorata o imbrattata. Multe fino a mille euro, invece che la prigione fino a tre anni, per l’offesa arrecata alla bandiera o all’emblema di uno Stato estero.
OFFESE ALLE RELIGIONI
Non più reclusione ma multe fino a 6.000 euro per il vilipendio di una confessione religiosa o di un ministro di quel culto. Sanzione pecuniaria fino a 5.000 euro per l’offesa a cose consacrate o oggetti di culto in un luogo o durante una solenne funzione religiosa. Il carcere è previsto solo fino a due anni (erano tre) per chi distrugge, imbratta o deteriora gli stessi oggetti di culto. La modifica dell’articolo sui reati d’opinione ha qualche ripercussione anche nei confronti delle religioni diverse da quella cattolica. La pena di due anni - che sale a tre se si esercita violenza - per chi impedisce o turba una funzione religiosa si applicherà non solo alla religione cattolica ma a tutte le confessioni.
ATTIVITÀ A FAVORE DEL NEMICO
Abolito l’ergastolo, l’azione violenta diretta “a sottoporre il territorio italiano o parte di esso alla sovranità di uno stato straniero o a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato” sarà punita dalla nuova legge con una condanna ’non inferiore’ a dodici anni. La promozione o la costituzione di associazioni che mirano a “sovvertire gli ordinamenti economico-sociali dello Stato” o “per sopprimere violentemente l’ordinamento politico od economico dello stato”, vengono punite con il carcere: da un minimo di cinque anni ad un massimo di dieci (la legge in vigore prevedeva un massimo di dodici anni).
IMPEDIMENTI AL CAPO DELLO STATO
Scende da dieci a cinque anni la pena massima per chi commette atti violenti per impedire al presidente della Repubblica, al governo, alle assemblee legislative, alla Corte costituzionale e alle assemblee regionali l’esercizio delle proprie funzioni e prerogative.
RAZZISMO E LEGGE MANCINO
La nuova legge ritocca anche la legge Mancino sulle espressioni di razzismo: rischia la multa o la reclusione fino ad un anno e mezzo chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale ed etnico oppure chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Carcere da sei mesi a quattro anni per chi istiga (e non “incita”, come dice l’attuale normativa) a commettere o commette violenze o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.
ATTIVITÀ ANTINAZIONALE
Del tutto abrogati infine i reati di “attività antinazionale del cittadino all’estero”, “propaganda ed apologia sovversiva ed antinazionale”, “lesa prerogativa dell’irresponsabilità del presidente della Repubblica”.
tratto da il Federalismo

Non sarà più punito chi spara al ladro in casa, in negozio o in ufficio
Cosa dice la legge
 
Da oggi tutti più sicuri e con qualche timore in meno di reagire di fronte ad un’aggressione. La Camera ha approvato ieri la legge sulla legittima difesa che comporta modifiche sostanziali soprattutto per quel che riguarda le aggressioni in casa propria e negli esercizi commerciali.
Da oggi se un ladro entrerà in casa si potrà anche sparagli senza correre il rischio di finire in carcere, neanche se si uccide il malvivente. Una bella novità, non c’è che dire, rispetto a prima, quando, spesso e volentieri, era Caino ad avere la meglio. La riforma varata dal Parlamento autorizza l’uso di armi per difendere la vita e la «borsa». Nell’ipotesi di violazione di domicilio non sarà dunque più punibile, in quanto il rapporto di proporzione tra difesa e offesa è ora presunto ex legge, chi spara contro il malvivente o lo colpisce con un coltello per difendere la propria o altrui incolumità. E non sarà più punibile nemmeno se gli spara per difendere i propri o altrui beni, a due condizioni, però: che ci si limiti al fatto strettamente necessario a difendersi e che la persona che si difende non abbia dato causa volontariamente all’aggressione. La legge della legittima difesa sta, finalmente, al cento per cento dalla parte di Abele e non solo. La novità più grande del decreto di legge non riguarda la difesa dell’incolumità delle persone, già prevista dal Codice penale, ma la difesa dei “beni propri o altrui”. Ovviamente con dei paletti ben precisi: non ci deve essere desistenza da parte dell’intruso e deve comunque esserci pericolo di aggressione ad una persona.
Una maggiore tranquillità per tutti, non soltanto per i privati, ma anche e soprattutto per i commercianti, oggi più che mai vittime di aggressioni e rapine, in alcuni casi anche ripetute. Le nuove norme, infatti, valgono anche all’interno dei negozi e in ogni luogo dove sia svolta attività commerciale e imprenditoriale.
In dettaglio la nuova normativa prevede che chi, trovandosi in casa propria o sul luogo di lavoro, si sente aggredito o minacciato, o crede minacciati e aggrediti i beni che gli appartengono, può reagire come crede, utilizzando le armi «legittimamente detenute» ed anche uccidendo, perchè la sua reazione sarà sempre considerata «proporzionata». Cancellato dunque l’eccesso di difesa: secondo la nuova legge non esiste più l’eccessao di difesa per il quale fino ad ora si poteva venire condannati.
 

«Con la vittoria della sinistra il nostro Paese vedrà scomparire tradizioni e libertà»
Bossi frena il premier e difende la famiglia

 
La visita del segretario federale era prevista solo per domenica 29, ma Umberto Bossi non ha voluto mancare l’abbraccio con la base. Così, a sorpresa, si è presentato in mezzo ai militanti accorsi numerosi per dare il via alla settima edizione della festa nazionale della Lega Lombarda. Poi, raccogliendo l’invito dei militanti, il segretario federale ha preso la parola. Pochi minuti e davanti al grande palco allestito all’interno degli spazi di Malpensa Fiere a Busto Arsizio si sono radunati tutti i presenti. Un discorso a braccio, durante il quale il segretario federale ha toccato tutti i temi caldi della discussione politica.
Nelle sue apparizioni televisive, ha detto Bossi, Berlusconi «non ha toccato gli argomenti elettorali giusti», che sono «la famiglia omosessuale e il voto agli extracomunitari». Due temi importanti che metterebbero in luce la reale volontà politica del centrosinistra e le divisioni interne ai partiti dell’Unione.
Nessuna critica all’atteggiamento del premier; secondo il numero uno della Lega Nord, però, i numerosi interventi televisivi del presidente del Consiglio sarebbero sbagliati nel merito. «Se non vince la Casa delle Libertà, va a finire in maniera drammatica. È chiaro che se questo dovesse accadere il nostro Paese vedrà scomparire le proprie tradizioni e la libertà». Nel mirino del segretario federale del Carroccio, come già sottolineato dal palco di Pontida: la famiglia tradizionale.
Se la prossima tornata elettorale dovesse premiare la coalizione guidata da Romano Prodi, ha spiegato Bossi, la prima cosa che la sinistra cercherà di fare sarà la regolamentazione del matrimonio omosessuale. A ruota seguirà il voto agli immigrati. «Due cose che trasformerebbero in senso negativo la società. La famiglia omosessuale è una famiglia che disgregherebbe la nostra gioventù - ha tuonato Bossi - e che provocherebbe uno sbandamento gravissimo dei giovani». Rispondendo poi a chi gli chiedeva che cosa succederà dopo il rinvio alle Camere della legge sull’inappellabilità da parte del presidente della Repubblica, Bossi ha sottolineato che rinviare le leggi al Parlamento è nei poteri del Capo dello Stato. «È nel suo potere - ha chiarito - e Ciampi è libero di rinviarla». Poi un accenno alle elezioni amministrative di Varese: «Maroni sarebbe un ottimo sindaco, ma a patto che faccia anche il parlamentare».
Restando sempre in tema Lega, il segretario federale del Carroccio ha aggiunto che la prossima «sarà una campagna dura, perché io ci sarò molto meno, sono stato ammalato e non è ancora finita: quindi i miei dovranno arrangiarsi da soli». Quanto alla possibilità paventata da Berlusconi di rinviare lo scioglimento delle Camere Bossi ha aggiunto: «Il capo è lui, se vuole questo... Secondo me ormai siamo arrivati alle elezioni, quindi tutte le macchine dei partiti sono puntate sulle elezioni. Temo che non si riesca ad approvare più niente».
 

       

                       

                                     NO AMNISTIA !!

                                               Gibelli: «Ha vinto la legalità»
di Igor Iezzi

Grazie alla Lega Nord, alla fermezza con cui ha portato avanti il no all’amnistia e all’indulto, la proposta di aprire le carceri per mettere a piede libero migliaia di detenuti è stata bocciata. Una vittoria del Carroccio dopo una due giorni di battaglia parlamentare che ha visto... ...lottare i deputati leghisti su posizioni di intransigenza rispetto a qualsiasi soluzione svuota-carceri. «Credo che debba essere chiaro ai colleghi, e mi rivolgo in particolare a quelli del centrosinistra, - ha detto il deputato Enrico Buemi, della “rosa nel pungo”, durante il suo intervento in aula - che l’emendamento soppressivo (dell’amnistia, ndr) in esame è stato presentato dal gruppo della Lega Nord e da Alleanza nazionale, cioè quelle forze politiche che ritengono che per affermare i principi di giustizia nel nostro paese bisogna ampliare il raggio delle facoltà del cittadino di farsi sostanzialmente giustizia da solo mettendo mano alla pistola. Questo è, in buona sostanza, il contenuto di quell’emendamento che proviene da quel versante culturale! Questo è il retroterra culturale ed anche etico. Ai colleghi del centrosinistra dico - ha aggiunto - che possiamo anche avere opinioni diverse nel merito ma dare spazio alla Lega Nord per affermare una sua linea, così come viene affermata attraverso la soppressione dell’amnistia, è un’iniziativa che francamente ci lascia sconcertati e che evidentemente apre le porte ad una profonda riflessione. Desidero svolgere un’ultima considerazione. Di amnistia e di indulto c’è bisogno oggi nel nostro paese e ci sarà, e ciò lo dico agli amici e compagni del centrosinistra, bisogno domani - ha concluso Buemi - nel momento in cui, speriamo tutti insieme, assumeremo responsabilità di Governo». Parole dure pronunciate da uno dei proponenti del provvedimento che ha dovuto riconoscere la vittoria ottenuta dalla Lega annunciando come l’intenzione della sinistra sia quella di rifarsi una volta arrivati a palazzo Chigi.
«Siamo soddisfatti, è una vittoria politica della Lega Nord. Abbiamo ottenuto - ha commentato Carolina Lussana, che ha seguito l’iter del provvedimento per la Lega Nord - la cancellazione dell’amnistia e dell’indulto e smascherato l’ipocrisia dell’Unione che ha sostenuto i radicali, Pannella, ha partecipato alla cosiddetta marcia di Natale, ha appoggiato la convocazione straordinaria della Camera ma poi li ha mollati al momento del voto contribuendo ad affossare, di fatto, il provvedimento». La sinistra, con l’imbarazzante accondiscendenza del presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, aveva appoggiato le richieste di convocare, tra Natale e Capodanno, una seduta straordinaria della camera per rimettere in moto l’iter dell’amnistia, la cui approvazione richiede una maggioranza qualificata dei due terzi. Il 27 dicembre, nonostante la grande campagna mediatica che accompagna ogni volta le proposte dei radicali e di Marco Pannella, l’emiciclo di montecitorio è apparso vuoto, assenti anche i firmatari della richiesta di convocazione della seduta straordinaria. Da quel giorno è andato avanti un film con protagonista l’ipocrisia di alcune forze politiche. I ds e la margherita si sono detti contrari all’amnistia ma favorevoli all’indulto, che prevedeva una riduzione di due anni per alcuni reati tra cui la violenza sessuale e la rapina, mentre Forza Italia si è detta disponibile ad accettare l’indulto solo nel caso in cui fosse stata approvata l’amnistia. Con un occhio alla campagna elettorale, i partiti della coalizione di sinistra hanno cercato di usare questi argomenti in cerca di voti e di consensi. Solo grazie alla Lega, prima alla sua determinazione nell’affrontare la battaglia parlamentare, poi grazie a due emendamenti soppressivi sia dell’amnistia sia dell’indulto (il primo approvato con 206 sì e 191 no, il secondo con 206 sì e 178 no), l’ipocrisia del mondo politico è stata sconfitta. «Abbiamo assistito, in questi giorni, ad una sceneggiata, si è fatto molto rumore per nulla e ora vedremo - ha affermato Lussana - se ci sarà un regolamento interno alla sinistra tra verdi, comunisti e radicali nei confronti di ds e margherita».
«Ci fa piacere il ravvedimento operoso di forza Italia e Udc che hanno rinunciato a sostenere anche l’indulto, che avrebbe rimesso a piede libero violentatori, assassini, rapinatori, usurai e estorsori. Resta il rammarico - ha concluso l’esponente leghista - per aver perso questa settimana che avrebbe potuto essere utilizzata per far approvare provvedimenti importanti per la sicurezza dei cittadini, come la legge sulla legittima difesa».
Ora alle camere rimangono due settimane di attività, in attesa del 29 gennaio che sancirà la chiusura del parlamento. Un tempo esiguo che avrebbe potuto essere messo a frutto diversamente. Invece i calcoli propagandistici di alcuni partiti hanno non solo rischiato di mettere a piede libero circa 18mila detenuti ma «ancora una volta - è l’amara constatazione del guardasigilli Roberto Castelli - si è irresponsabilmente giocato con le aspettative dei detenuti, che sono le vere vittime di questa pantomima politica».
 

Pagliarini ci spiega il testo della riforma al quale sta lavorando, il modello è quello catalano «Principio di responsabilità come antidoto agli sprechi, efficienza per tornare competitivi»

 
di carlo passera
Chiedo a Giancarlo Pagliarini di spiegarmi come dovrà essere il federalismo fiscale prossimo venturo, quello che dovrà andare a braccetto con la riforma devolutiva, e lui subito mi stoppa: «Alt! C’è da fare una premessa».
Vediamo la premessa...
«Si parla di federalismo fiscale per inquadrare la questione. Ma non dimentichiamoci che la nostra non è ancora una Repubblica federale, dunque non potrà avere un sistema fiscale compiutamente federalista».
Diciamo: così come la devolution non è ancora federalismo; allo stesso modo parliamo di un nuovo sistema fiscale che “tende” a una logica federale.
«Perfetto. Noi abbiamo un obiettivo, che ancora non è stato raggiunto; la riforma alla quale stiamo lavorando la si fa per questa Italia, ma con l’idea di un futuro paese federale. La devolution approvata è stata un passo importante in direzione del federalismo. Però, se non inseriamo anche la riforma fiscale, il sistema può anche non funzionare: abbiamo dato più potere legislativo alle regioni, ma se poi i soldi delle tasse vanno a Roma... Quindi è fondamentale che la prossima legislatura affronti il tema, altrimenti quello che abbiamo fatto non serve, anzi può anche essere controproducente».
Con le responsabilità vanno trasferiti anche i quattrini. Nonché il personale, gli impiegati pubblici... Lo si farà? Non si rischia di moltiplicare le burocrazie?
«In tutti i Paesi in cui si è decentrato, si è devoluto anche il personale. Non si può non fare e non è una cosa complicata».
La Lega porrà dunque, al tavolo delle trattative per il prossimo programma di governo, due richieste: la “devolution del personale”...
«...no, non ce n’è bisogno, viene da sé. Sul tavolo dobbiamo predisporre la riforma fiscale».
Concepita come?
«Si realizza l’articolo 119 della costituzione: comuni, province e regioni hanno autonomia finanziaria. Sto già lavorando, con altri studiosi, a una bozza che sottoporrò prima alla dirigenza leghista; poi col documento definitivo ci presenteremo al tavolo delle trattative con le altre forze politiche. Noi ci alleiamo con chi o accetta quel testo, o propone modifiche compatibili. Prima delle elezioni il testo sarà già concordato, così gli elettori sanno cosa votano e nessuno, il giorno dopo, avrà appigli per rimangiarsi la cosa. Sto tracciando un sistema che credo potrà avere il sì della cdl... mentre non piacerà ai burocrati di Roma, agli evasori fiscali e alla più grande azienda, la mafia spa, un milione e 800mila dipendenti».
Qual è il principio ispiratore del lavoro?
«Tutte le regioni devono avere l’assessore al fisco e all’economia che incassa le tasse regionali necessarie per erogare i servizi devoluti e poi predispone un tavolo di trattative con lo stato centrale. Come in Spagna. In Catalogna hanno un ente, l’Agenzia tributaria, che raccoglie le imposte, combatte l’evasione e poi passa una quota allo stato centrale. Stiamo lavorandoci sopra, ma sarebbe bello fare una cosa del genere per tutte le regioni italiane: l’Agenzia tributaria lombarda, calabrese, marchigiana, eccetera. Combattono l’evasione, incassano, tengono quanto serve per svolgere i compiti devoluti, poi una quota di soldi - magari anche significativa - va a Roma».
A proposito di Spagna: s’è molto parlato del nuovo Statuto della Catalogna. Zapatero ha concesso tantissimo alle autonomie.
«Qualcuno critica Zapatero però devo dire che, su molte cose, si è mosso bene».
In Spagna c’è una tradizione di autonomismo di sinistra...
«Certo, c’è questa tradizione. ma io valuto i risultati e i loro dati economici evidenziano come la Spagna stia andando mille volte meglio dell’Italia. Abbiamo la prova provata che togliere potere allo stato e trasferirlo alle regioni funziona, rende il paese più efficiente e competitivo. Il nostro debito pubblico è 1.440 miliardi di euro, il loro è 391; la ricchezza generata in Italia è di 1.349 miliardi di euro, la loro 837. Quindi il nostro rapporto pil/debiti è del 107% - ossia il debito è superiore al pil - il loro è del 47%. Stanno tre volte meglio di noi, eppure non molti anni fa erano conciati molto peggio! C’era Franco, era uno stato iper-centralista! Anzi, se vuoi ti racconto un episodio».
Sono tutto orecchie.
«Avevo degli amici che si erano trasferiti a Barcellona, si erano comprati una bella auto, una Lancia Flavia, e notai che era targata Madrid. Io chiesi: “Perché non avete messo la targa di Barcellona?”. Mi risposero: ”Mimmo, il nostro stato è così centralizzato che chi compra una bella auto straniera è obbligato a mettere la targa di Madrid”. Gli spagnoli facevano la fame. Poi hanno decentralizzato... Pensiamo che passi da gigante hanno fatto».
Tutto merito dell’autonomia?
«Certo. Noi continuiamo a togliere ricchezza alle zone ricche (perché lavorano) per trasferirla al sud; un tempo con quei soldi i meridionali acquistavano la merce del nord e il sistema reggeva, oggi acquistano le merci migliori sul mercato, che spesso ahimé sono cinesi, e questo ci impoverisce».
Il successo del “federalismo alla spagnola” è dovuto anche la scelta delle cosiddette “geometrie variabili”, ossia alla possibilità data alle varie regioni di prendersi fette diverse di potere da Madrid, a seconda della loro capacità di gestirlo efficientemente.
«Il modello spagnolo era perfetto anche per noi. Noi l’avevamo previsto nella nostra proposta, purtroppo l’abbiamo dovuto togliere».
Non è l’unico aspetto che si è dovuti cassare. Eppure sulla devolution esprimi un parere positivo.
«Il bello di questa legge è che ha introdotto un principio e aperto la porta per il trasferimento di poteri. Faccio un esempio: i lavoratori socialmente utili. Secondo me è una parte di welfare che deve essere gestita a livello locale. Ci sono 17mila Lsu, un po’ siciliani e un po’ campani, che rifiutano offerte di lavoro; se la responsabilità è a Roma, tutto si annacqua e si perde; se è delle regioni, o dei comuni, qualcuno dirà: “Non accetti il lavoro? Non ti do più una lira”. Oppure dovrà spiegare ai suoi concittadini perché non fa questo discorso. Lo stato centrale non può gestire con efficienza queste tematiche, così come molte altre. Per questo, le future Agenzie tributarie terranno in loco quote crescenti di denaro. Abbiamo pensato a una legge d’efficienza...».
“Legge d’efficienza”?
«Tutte le leggi rispondono a uno dei due principi che vado a descrivere. Il primo è quello redistributivo: qualcuno è più ricco, gli faccio pagare le tasse e uso quei soldi per aiutare il più povero. L’altro principio è alla base delle leggi che rendono invece il sistema più efficiente. La normativa che la Lega sta predisponendo è di quest’ultimo tipo: fa funzionare la devolution, cioè il paese, produciamo ricchezza e quindi possiamo redistribuirla. Se non la creiamo, come si fa?».
Non la si redistribuisce.
«Beh, a dire il vero non è sempre così. Per anni abbiamo redistribuito una ricchezza che non c’era, creando così il debito pubblico».
Quindi avremo un sistema efficiente. La responsabilità sarà dove c’è potere.
«È fondamentale quest’ultimo principio. La confedilizia ha appena pubblicato un libro, Odissea dello spreco, viaggio allucinante nelle spese pazze degli enti locali. Perché la Regione Campania ha la sede di rappresentanza a New York, con spese pazzesche? Perché regioni e comuni spendono soldi non loro, ma che arrivano dal centro. Se quest’anno ricevo cento e spendo cento, l’anno prossimo mi daranno cento, più l’inflazione; se invece spendo ottanta, mi daranno ottanta più l’inflazione. Ovvio che sarò tentato di spendere tutto. C’è la penalizzazione degli enti locali virtuosi! In futuro chi spende sarà anche chi raccoglie le tasse, quindi non sarà invogliato a sprecare, altrimenti i cittadini se ne accorgeranno».
Un lettore di Catania mi faceva questa osservazione: “Noi abbiamo l’autonomia, un sacco di poteri, ma siamo al disastro. La devolution rischia di moltiplicare queste situazioni”. Come gli rispondi?
«Loro spendono come matti, ma questo è possibile senza il federalismo. Col federalismo il potere non è più disgiunto dalla responsabilità, è la tua Agenzia tributaria che deve trovare le risorse da investire, ci penseranno dieci volte prima di buttare il denaro».
Bisognerà, come dicevi, vincere le resistenze degli apparati burocratici...
«...e della mafia».
Qualcuno dice: la mafia avrà gioco più facile nel condizionare i livelli locali di potere.
«Non è così. Io devo far pagare cento di tasse perché quaranta li do alla mafia. Il mio vicino resiste alla mafia e invece di far pagare cento, fa pagare sessanta. La gente chi premia?».
Chi non paga.
«E, in generale, chi non butta via i soldi».
Abbiamo parlato di un sistema che è in divenire. Ci si potrà basare sulle attuali regioni, che alcuni considerano troppo piccole, o auspichi un’aggregazione in macroregioni?
«Più piccole sono le regioni, meglio è. Chi sono i più ricchi in Europa? Quelli del Lussemburgo. Qual è il paese più competitivo del mondo? La Finlandia, che ha cinque milioni di abitanti, poco più della metà della Lombardia. Se sei piccolo hai il controllo del territorio, sei in grado di scovare gli evasori fiscali, i ladri, i delinquenti; le tue risorse finanziarie le investi là dove davvero puoi primeggiare. “Se siamo tanti, siamo forti” è un ragionamento del medioevo. È quello che ha fatto Prodi quando ha voluto allargare l’Unione. La media di abitanti di ogni stato degli Usa è 5 milioni 800mila: anche in questo caso, sono comunità piccole».
Insomma, le macroregioni non servono.
«Non sono fondamentali. Sono altre le cose da fare. Pensa che in Cina le province hanno un’autonomia che noi ci sogniamo. Il governo centrale dice ai dirigenti locali: fate come volete, ma dovete ottenere una crescita economica del 7 per cento, altrimenti decadete dall’incarico. Loro si danno da fare e ci riescono. Intendiamoci, non ho sparato cifre a caso, ma quanto Pechino ha ordinato alla provincia di Dalian, 5 milioni di abitanti, che accoglie 3mila imprese giapponese delocalizzate. Noi invece non attiriamo nessun investimento straniero...».
Passami la battuta finale: per una volta, insomma, siamo noi a dover copiare qualcosa dalla Cina...
«Dalla Cina forse questo. Di sicuro dobbiamo copiare dalla Spagna e

Bandiera e Inno per sentirsi orgogliosi di essere Lombardi
 
di Igor Iezzi
«Mi auguro che questa giunta e questo presidente passino alla storia per aver ridato alla Lombardia e ai Lombardi un inno e chiedo di fare in fretta per poter consegnare la nuova bandiera agli atleti lombardi per le Olimpiadi di Torino nel 2006»: questo l’auspicio di Igor De Biasio, coordinatore nazionale dei Giovani Padani, chiudendo il convegno su ”Una Bandiera per la Lombardia: Storia, Identità, Appartenenza”. Il movimento giovanile della Lega Nord si è fatto promotore di una proposta che ha subito trovato il supporto dei massimi livelli istituzionali regionali e della società civile.
Nella mattinata di ieri, al Senato di Milano, Roberto Formigoni, per la prima volta ad una iniziativa organizzata dal Movimento Giovani Padani, ha rassicurato tutti di «riconoscersi nello spirito della proposta» che dal Palazzo un tempo sede dell’autogoverno del Lombardo-Veneto è stata lanciata dalle nuove leve leghiste. «E’ giunto il momento che la Lombardia si doti di una propria bandiera, la Croce di San Giorgio, e di un proprio inno» ha spiegato De Biasio che ha incassato l’approvazione del presidente della Regione e di importanti personaggi della società civile.
«Questa è un’importante iniziativa e avete dimostrato di saper coinvolgere nel comitato promotore - ha commentato Formigoni rivolto agli oltre 180 amministratori locali aderenti al movimento giovanile padano - una serie di associazioni e personalità prestigiose. Mi riconosco nello spirito positivo della vostra proposta, per concorrere a dare una consapevolezza maggiore della propria identità ai cittadini della Regione Lombardia, all’interno di una comunità nazionale ma con una nostra specifica storia e identità. Ritengo che questa proposta debba essere presa in considerazione e possa essere un punto di partenza importante per il consiglio regionale ma anche per l’opinione pubblica». Durante il convegno era presente anche il presidente del Consiglio regionale Attilio Fontana che, secondo il Governatore ha «il compito di scrivere a breve il nuovo statuto della Lombardia dove l’idea di una bandiera potrebbe essere opportunamente collocata». Un invito subito accolto da Fontana: «Appena la proposta arriverà in Consiglio vi assicuro che passerà davanti a tutte le altre leggi, qualunque esse siano: questa deve essere approvata con la massima urgenza».
Sull’inno Formigoni si è detto possibilista, anche se «non essendo ancora l’Italia un paese federale l’unico inno riconosciuto è quello nazionale. Ma d’altra parte noi siamo in cammino verso l’assetto federale. Nulla esclude che noi possiamo pensare ad un inno lombardo. Mi auguro che in tempi non molto lunghi si possa passare dalla proposta alla decisione».
Giancarlo Giorgetti, segretario nazionale della Lega Lombarda, ha voluto iscrivere «queste proposte nel novero delle iniziative per, non contro. Questa è un’iniziativa per la Lombardia, non contro qualcuno. Una proposta che ben si inserisce nel percorso federalista e devolutivo, tutti i paesi federalisti hanno le loro regioni e i loro stati con proprie bandiere. Penso agli Stati Uniti d’America, alla Spagna, alla Baviera in Germania. Da questa giornata - ha aggiunto - credo che parta un percorso interessante e stimolante che noi speriamo possa portare a qualcosa di positivo e che risvegli anche un sano spirito di appartenenza».
Giorgetti, come presidente della Commissione Bilancio alla Camera, ha avuto più volte dimostrazione di cosa si può ottenere quando il senso di comunità prevale sulle logiche partitiche. «In questi giorni sono impegnato con la finanziaria e vedo i parlamentari siciliani che si organizzano: che siano di destra o di sinistra quando arriva la finanziaria cercano di portare a casa risultati per il territorio muovendosi tutti compatti. Devo dare atto a Formigoni che, nella sua veste di presidente della Regione Lombardia, ha tentato in passato di riunire tutti i parlamentari espressione della Lombardia per cercare di fare sistema, massa critica. Purtroppo qui da noi le ideologie e lo spirito partitico di fazione non permettono di fare quelle azioni di tipo concentrico che da altre parti vengono portate avanti. Ecco perchè parlo di sano spirito di appartenenza: questa consapevolezza produce risultati in termini concreti e fattivi, queste sono questioni che hanno una ricaduta concreta per quanto riguarda gli interessi della gente».
Al convegno c' erano diversi rappresentati del mondo politico, tra cui l’eurodeputato Matteo Salvini, gli assessori regionali Ettore Albertoni e Davide Boni, il capogruppo Massimo Zanello, i consiglieri regionali Fabrizio Cecchetti e Giulio de Capitani, il vicepresidente della Provincia di Brescia, Massimo Gelmini, i sindaci di Pontida e di Biassono Pierguido Vanalli e Angelo De Biasio. Sul palco si sono alternati Mauro Andreoni, coordinatore nazionale dei giovani amministratori padani, Massimiliano Capitanio, presidente del comitato scientifico, Paolo Grimoldi, coordinatore federale del Mgp e Edoardo Rixi, consigliere comunale di Genova. Ma erano presenti, tra gli altri, anche il presidente della Fondazione Fiera di Milano Luigi Roth («Ogni volta che, per lavoro, sto lontano dalla Lombardia, sogno sempre di tornare a casa») e lo psicologo Willy Pasini. Il musicista e cantautore bresciano Omar Pedrini ha aderito all’iniziativa: «Io non ho mai sposato alcun partito perchè sono un uomo libero - ha detto l’artista bresciano - ma questa iniziativa, questa idea pulita, mi sembra nascere nel segno dell’amore per la propria terra e la propria storia e quindi credo sia importante sposarla. Per questo sono disposto a scrivere un nuovo inno per la Lombardia». Alla fine del convegno a Formigoni è stata regalata una fascia con l’immagine della Croce di San Giorgio con la quale si è fatto fotografare. Subito i giovani in sala hanno ritmato «mettiti la fascia». Il presidente Lombardo ha prontamente risposto :«Prometto che mettero questa fascia dopo l’approvazione della devoluzione». Un auspicio accolto con favore dal Movimento Giovani Padani. Almeno per la fascia, l’appuntamento è solo rimandato. A giovedì.
 

Stretta finale sui phone-center Presto la legge  


Il Far west dei “phone center” lombardi ha le ore contate. Molto presto, infatti, dovranno mettersi in regola sotto il profilo commerciale, igienico-sanitario e urbanistico. È quanto prevede un progetto di legge approvato ieri dalla giunta regionale della Lombardia. «Stiamo colmando l’insufficienza della legislazione nazionale in materia - afferma il governatore Roberto Formigoni - per porre rimedio a una situazione spesso di disordine: lo scopo è quello di garantire certezza delle regole per tutti, qualità della vita urbana per le aree interessate, garanzie igieniche e di sicurezza per gli utenti e per gli operatori dei phone center».
Tra gli obblighi cui dovranno sottostare i phone center (che per anni hanno vissuto nella più totale anarchia) c'è anche quello della presenza di un bagno se sotto i 60 metri quadrati e di due se di superficie superiore. Per l’apertura di ogni nuov